I miei amici stavano congedandosi da Fulvia.
—Domani, ella diceva, non riceverò nessuno sino alle quattro; perchè voglio studiare, e loro mi fanno perdere tutto il mio tempo.
—Dunque verremo alle quattro, disse Giorgio.
Io pure le porsi la mano in atto di saluto, e, trattenendo la sua, domandai:
—Ed io, a che ora debbo venire?
Comprese ella l'impertinenza di quella domanda, che rilevava a tutti che io mi credeva in diritto di aspirare ad una preferenza? Comprese ella, che agivo con lei, artista, come non avrei mai agito con nessun'altra signora? Comprese che, stupido e vile, la insultavo senza ragione?
Forse lo comprese, e lo perdonò al mio amore, inasprito dalla presenza altrui, che mi strozzava in gola la suprema parola; o forse il suo animo eletto non sospettò neppure la viltà del mio pensiero, e, sentendosi superiore ad ogni insulto, non pensò che altri l'insultasse. E non interpretò nella mia domanda, che il desiderio di vederla più presto, e la speranza d'essere distinto dagli altri. Ella rispose:
—Venga alle quattro.
Ma le sue parole soltanto dicevano così; e la sua voce invece, e la sua mano che premeva la mia, rispondeva:
—Vedi bene che non posso dirti, presente altri, di venir prima; ma vieni presto, perchè ti amo.