Fulvia, cara donna del mio cuore, hai tu udita dalla tua stanza solitaria la mia voce commossa mandarti un canto? Era il canto del pentimento, era una preghiera di perdono ch'io volgeva alla lealtà dell'anima tua. E tu mi perdonasti; ed io stesso mi perdonai, perchè, se il primo pensiero avvezzo a prendere norma ne' suoi giudizi dalle convenzioni sociali ha potuto insultarti, il mio cuore ti amava, Fulvia; ti amava col caldo trasporto d'una passione che poteva guardare senza spavento e senza rimorsi il domani e l'avvenire; ti amava di quell'amore impetuoso e vero, e che a tutto sovrasta e tutto purifica.
Per lunghe ore m'aggirai nelle contrade buie e silenziose adiacenti all'Albergo Milano, mandando alla notte ed a lei canti d'amore.
Il mio cuore nuotava in un'onda di dolcezze, aspirava soavemente la delizia di sentirsi amato. Ma il mio pensiero irrequieto precorreva con impazienza il domani; preparava il primo incontro ed il correr muto delle nostre braccia a stringerci l'uno all'altra, e l'irrompere delle ferventi parole, per tanta ora frenate in quella sera.
Passai una notte agitatissima, tormentato da ardenti fantasie. Mi pareva che all'alba volerei da Fulvia.—Ma colla luce venne la ragione, e vidi l'assurdità di comparire alle sei del mattino in casa di una signora, senza averne l'ombra di un diritto.
Il sonno mi opprimeva, ed il mio capo, affaticato da quella veglia affannosa, aveva bisogno di riposo. Nascosi il volto nel guanciale, e, dopo una breve lotta co' laboriosi pensieri che mi si agitavano, sebbene affievoliti, nella mente, il sonno la vinse.
Mi risvegliai alle dieci, cogli occhi riposati e la mente tranquilla. Tuttavia ero ancora un po' assonnato, e dinanzi a quella prepotente esigenza fisica tacque l'impazienza del desiderio morale, e sonnecchiai fino alle dieci e mezzo.
Ma tra il sonno e la veglia, l'immagine della donna amata mi tornò al pensiero, e si fece a grado a grado più viva, sicchè l'ansia di rivederla e di sentir dal suo labbro che mi amava, e di dirglielo, mi si riaccese ardentissima in cuore. Mi levai, ed alle undici mi fermavo alla sua porta, anelante pel battito accelerato del cuore.—Giungevo trionfante e sicuro come un conquistatore; ma all'atto d'entrare fui imbarazzato del mio contegno; compresi che tutte le scene che mi ero figurate nella notte erano assurde; che in realtà non avevo nessuna ragione seria di credermi amato; che sotto pena di ridicolo, non potevo presentarmi che precisamente come mi ero presentato tutti gli altri giorni.
Pensai anche una scusa per giustificare quella visita mattutina; e so d'averla trovata; ma non me ne valsi, e la dimenticai completamente.
Fulvia stava studiando, e faceva sul pianoforte una scala cromatica. La porto profondamente scolpita nella memoria, e mi è impossibile di ripensare a quel giorno senza che quella scala cromatica mi risuoni all'orecchio.
Bussai alla porta, ed il suono cessò.—La voce di Fulvia disse: «Avanti!» Non era punto commossa. Certo credeva che fosse un cameriere dell'albergo.