PIERO.
Ma ci sei stata in casa sua!
NICOLETTA.
Sì. Ed è molto, e può essere un errore, una leggerezza, un capriccio, una cosa mal fatta, sia pure. Chi ti leverà dalla testa che nel mio atto ci sia una colpa? Quando avrò negato e avrò giurato che non fui l'amante di quell'uomo, e tu mi avrai creduto—perchè, forse, non cerchi di meglio che di credermi e di perdonarmi—ti rimarrà sempre un dubbio nell'anima, una spina nel cuore; e io non sarò più quella di prima. Ora, l'idea soltanto d'essere sospettata e tollerata, mi è insopportabile. Qui, in questa casa, nel tuo cuore, dovevo essere signora e padrona. Tollerata, sospettata, non un giorno nè un'ora di più. È impossibile. Meglio che me ne vada. Meglio separarci. Anzi è indispensabile. Io sconto il mio errore e mi rassegno. Lo sconterò acerbamente, perchè ti voglio bene e perchè in nessun luogo potrò vivere felice come vivevo qui con te. Se tu ne proverai un dolore, lo dovrai a tuo fratello, che poteva risparmiarti un'inutile pena.
Brevissima pausa.
Là, ho detto tutto ciò che potevo e dovevo dire, che avevo il diritto e il dovere di dire.
PIERO.
Tu mi parli di prove, Nicoletta, e non capisci che con un uomo come me vale assai più una parola calda, amorevole, affettuosa; vale più un bacio che un giuramento, vale più una carezza che una prova, vale più un abbraccio che una promessa?
NICOLETTA.
Ah, del sentimento! No, non so farne, lo sai. Ho avuto una giovinezza troppo triste nella sua apparente gaiezza; ho avuto esempi troppo dolorosi dinanzi agli occhi, e spettacoli troppo incresciosi, che mi hanno inaridita; ogni sentimentalismo fu ucciso in me da bambina; fanciulla, ero già una donna, con tanto amaro nell'anima. No. Amo l'amore, come te; in certe ore della nostra esistenza hai trovato in me l'innamorata che desideravi, che volevi, che ti piaceva: ma del sentimento non ho saputo farne mai. In questo momento poi sarebbe una cosa abbietta, perchè suggerita dall'interesse. Credimi, Piero, ora dobbiamo lasciarci.