Saltò giù dal letto con impeto, come vi s'era gettata, e si slanciò per uscire; ma subitamente frenata da un nuovo pensiero, tornò indietro, cadde in ginocchio singhiozzando forte, e nascose la faccia tra le palme. Due o tre volte alzò il capo, quasi in procinto di rizzarsi e correre ad affrontare la sua nemica; ma sempre quel pensiero le riattraversò la mente e la rattenne. Non era paura; oh, no, Gertrude non temeva nessuno. Doveva essere qualche cosa di più forte, e che tuttavia aveva un influsso calmante; giacchè dopo ogni lotta vinta diveniva più tranquilla. Infine si levò, andò a sedersi accanto alla finestra aperta, appoggiò la fronte a una mano e guardò fuori.

La pioggia era cessata, e il sorriso della terra tutta bella, tutta fresca, si rifletteva in uno splendido arcobaleno che misurava l'orizzonte orientale. Un uccellino venne a posarsi sopra un ramo d'un albero vicino alla finestra, e intonò il suo Te Deum. Ondate di deliziosa fragranza s'espandevano da un arbusto di lilla in piena fioritura. E nell'anima di Gertrude si diffondeva una pace prodigiosa. Ella sentì «la grazia che arreca la pace succedere alle passioni che conturbano». Usciva trionfante dal conflitto; aveva riportato la massima delle vittorie umane: la vittoria sopra sè stessa. Più bella di tutte le cose belle che rallegravano la terra dopo la tempesta, dall'iride fulgente incontro al sole, al canto della creatura alata tra le fronde, al ravvivato profumo dei fiori, una luce serena splendeva nel viso della fanciulla, mentr'ella alzava gli occhi al cielo e dal suo cuore, dove l'intima tempesta era sedata, saliva a Dio la tacita offerta del sacrificio.

Il suono della campanina che annunziava il tè la scosse. In fretta bagnò la faccia nell'acqua fredda, si ravviò i capelli e scese. Nella sala da pranzo non trovò che la signora Ellis; il signor Graham era in città, Emilia aveva una fiera emicrania. Per conseguenza ella prese il tè sola con la governante. Costei, sebbene non sapesse quanto preziose fossero per Gertrude le vecchie reliquie distrutte, era conscia d'aver commesso un'azione maligna, e dinanzi al contegno dell'offesa che non dimostrava ombra di collera nè d'astio, anzi s'asteneva fin dal menzionare il fatto, ella si sentiva più confusa e mortificata che non avrebbe voluto confessare. La cosa passò dunque sotto silenzio, allora e poi: ma la signora Ellis provò sempre il cocente sentimento della superiorità di quella fanciulla su lei, in materia di generosità e di pazienza.

Il giorno seguente la cuoca bussò all'uscio d'Emilia, e fatta entrare disse tirando fuori il guscio di noce tagliato in forma di panierino:

— Vorrei sapere, signorina Emilia, dove sia la signorina Gertrude; ho trovato il suo panierino nella cassetta del carbone, e credo che sarà molto contenta di riaverlo. Non s'è sciupato punto.

— Quale panierino? — domandò la cieca.

La donna le mise il ninnolo in mano, e con tono assai concitato le raccontò la distruzione degli oggetti appartenenti a Gertrude, di cui ella stessa era stata testimone indignatissima. Descrisse pure in modo commovente l'angoscia della ragazza nell'interrogare Brigida, avendo ella udito tutto dalla sua camera dove si trovava mentre esse parlavano poco lontano.

Emilia, ascoltando la pietosa storia, si rammentò che nel pomeriggio del giorno innanzi le era parso di sentir Gertrude singhiozzare nella sua stanza alla quale quella di lei era adiacente, ma aveva poi creduto d'essersi ingannata.

— Andate, signora Prime, — disse alla benevola cuoca — andate a portarle il panierino: è nella piccola biblioteca. Ma, ve ne prego, non le dite d'avermi parlato della cosa. —

Ella attese parecchi giorni che la sua protetta si lamentasse con lei del torto patito: ma la brava figliuola tenne dentro il suo dolore e lo sopportò in silenzio.