Rina Ray corse due o tre volte alla porta anteriore dell'atrio per udir meglio, e indovinare il soggetto di quell'ilarità cordiale; l'ultima, rientrò annunziando che Gertrude scendeva con la regina delle streghe.

Gertrude aperse l'uscio chiuso di colpo da Rina dietro a sè, e fece entrare la signorina Marta Pace, la quale s'avanzò a passettini misurati e minuti verso la signora Graham, e si fermò davanti a lei con una profonda riverenza.

— Come state, signora? — disse questa, che quasi sospettava Gertrude d'averle fatto una burla.

— La padrona di casa, m'immagino, — disse la signorina Marta.

L'altra confermò il proprio diritto a quel titolo.

— Una signora maestosa! — mormorò la bizzarra vecchietta a Gertrude, ma in modo d'essere udita, e spiccicando le sillabe con l'enfasi che le era particolare.

Poi si rivolse a Bella Clinton, che cercava di nascondersi nell'ombra d'una tenda, e avvicinandosi a lei con le mani alzate in atto di stupore, esclamò:

— La signorina Isabella, com'è vero ch'io godo la luce del giorno! E radiosa come un'aurora! Bontà celeste! S'è mai prodigiosamente espanso il fiore della vostra bellezza! —

La fanciulla aveva riconosciuto Marta Pace non appena comparsa nel salotto, ma nel suo sciocco orgoglio si vergognava di passar per familiare d'una persona così eccentrica, e avrebbe voluto fingere di non sapere chi ella fosse. Non glielo permise Rina, la quale venne avanti dicendo forte:

— O, signorina Pace, di dove siete capitata? —