E uscì concitato, senza soggiungere verbo. Un momento appresso Gertrude l'udì chiudere la porta di casa d'un colpo violento.
Allora la quiete del salotto che più non risonava delle loro voci commosse, fu di nuovo turbata da un lieve gemito il quale veniva dal vano d'una finestra. Ella sussultò. Avvicinatasi, intese un singhiozzo represso. Alzò la tenda drappeggiata, e, là, sul largo sedile che occupava un lato dell'ampio strombo, vide la povera Rina Ray col viso affondato nei cuscini, e la sottile personcina contorta in uno strano atteggiamento di abbandono disperato, come di bimba accasciata sotto il peso d'un gran dolore. L'abito di crespo bianco gualcito, la ghirlanda di fiori naturali avvizzita e spostata, che le pendeva dietro fin sul collo, il piccolo pugno che stringeva convulsamente un cordone della tenda, rendevano ancor più penosa quell'espressione d'estrema angoscia.
— Rina! — esclamò Gertrude la quale aveva indovinato chi era prima ancora di vederla.
Al suono della sua voce la fanciulla si rizzò d'un balzo, e si gettò tra le sue braccia, le posò il capo sulla spalla. Non piangeva, non poteva piangere, ma un tremito che non giungeva a dominare la scoteva tutta. La mano premente la mano dell'amica, era gelida da far paura, gli occhi sembravano fissi, e lo stesso gemito isterico che l'aveva tradita nel suo nascondiglio, le usciva ad intervalli dalla gola, spaventando Gertrude a cui ella s'aggrappava come presa da un subito terrore.
Questa, sorreggendola, la trasse fino a un divano, le sedette accanto, e si strinse dolcemente al petto la personcina tremante, scaldò le manine diacce, baciò e ribaciò le labbra irrigidite, finchè ottenne di ricomporla almeno in un'apparenza di calma. Per un'ora Rina stette così abbracciata a lei, ricevendo le sue carezze con evidente piacere, e rendendole ogni tanto con impeto convulso, ma senza proferir parola.
Guidata da un savio criterio e da una perfetta delicatezza, la sua giovane protettrice s'astenne dall'interrogarla o accennare comunque al colloquio certo udito di nascosto, senza perderne sillaba; ma aspettato pazientemente che fosse in realtà più tranquilla, le preparò un cordiale, poi, vedendola prostrata di corpo e d'anima, le cinse con un braccio la vita, la condusse di sopra, e la fece entrare, senza cerimonie, nella propria camera, dove, se non doveva godere il ristoro del sonno, le sarebbero state risparmiate almeno le osservazioni e la curiosità d'Isabella. Stretta sempre all'amica, la povera fanciulla, che finalmente uno sfogo di pianto aveva alquanto sollevata, finì però con l'assopirsi fra i singhiozzi; e tutte le sue pene furono per allora sepolte nel profondo oblio in cui l'infanzia e la giovinezza trovano una tregua al dolore, e talvolta un balsamo che lo sana.
Non fu così di Gertrude, la quale, benchè fosse circa della stessa età, aveva già conosciuto troppe afflizioni e troppe cure perchè potesse conservare il beato privilegio d'addormentarsi agevolmente anche in mezzo alle inquietudini. Era necessario, d'altronde, ch'ella vegliasse per aspettare il ritorno della signorina Clinton e spiegarle l'assenza di sua cugina dalla camera da esse occupata in comune. Seduta alla finestra, tendeva l'orecchio, impensierita, poichè Rina aveva cominciato ad agitarsi sui guanciali e mormorava parole incoerenti, evidentemente turbata nel suo sonno da sogni affannosi. Era passata la mezzanotte quando arrivarono i signori Graham con la nipote. Ella s'affrettò ad avvertire quest'ultima che la signorina Ray, indisposta, s'era coricata nella camera sua.
Ma il rumore delle carrozze aveva destato la dormente. Quando Gertrude rientrò, la trovò in atto di stropicciarsi gli occhi cercando di raccogliere i propri pensieri. Subitamente la scena della sera innanzi le balenò nella memoria, e con un sospirone ella esclamò:
— Oh, Gertrude! Sognavo il signor Bruce.... Dite, l'avreste creduto capace di trattarmi in tal modo?
— No, di certo.... Ma s'io fossi in voi, non lo sognerei, nè vorrei pensarci da sveglia.... Dormiamo e dimentichiamolo.