— Vi sento, Rina; entrate, cara; la vostra compagnia ci è sempre gradita. —

E Rina entrava, si sedeva accanto a Gertrude, imparava da lei qualche artistico lavoro d'ago, o ascoltava qualche piacevole lettura, o godeva dell'ancor più piacevole conversazione d'Emilia. Passava così ore indimenticabili: ore calme, serene, ch'erano tanto diverse da quelle vissute fino allora, e lasciavano in lei un'impressione duratura, benefica per il suo spirito e il suo cuore.

Nessuno poteva trattare familiarmente con Emilia Graham, ascoltare le sue parole, vedere la radiosità del suo celeste sorriso, respirare nella pura atmosfera che la circondava, senz'acquistar almeno l'amore della virtù e della santità, se non qualche particella della loro essenza. Ella era così scevra di egoismo, così paziente e rassegnata nonostante le sue privazioni, che Rina avrebbe sentito vergogna di lamentarsi in sua presenza; ed intorno a lei regnavano una pace e una giocondità il cui influsso irresistibile faceva spesso scordare alla giovanetta la causa della sua infelicità a segno ch'ella ripigliava senz'avvedersene la naturale gaiezza. Di giorno in giorno, oramai, la sua passione, il suo rammarico, tanto cocenti, tanto veementi sulle prime, andavano dissipandosi rapidamente come sogliono questi turbini di dolore, e mentre la guarigione progrediva in una tranquilla inconsapevolezza, un'altra opera non meno salutare ed importante s'iniziava in quell'anima. Frequentando una creatura eletta come Emilia, di cuore puro e di mente alta, vivendo in ancor più intima familiarità con la degna sua discepola, Rina apprendeva ad elevare i suoi pensieri, a mirare nelle sue azioni a nobili fini cui la vita ch'ella aveva condotta per l'innanzi era affatto estranea.

Ammaestrata in parte dai precetti e dall'esempio delle sue nuove amiche, in parte dalla propria amara esperienza, la «scioccherella» che s'era lasciata prendere alle lusinghe di Ben Bruce vedeva adesso tutta la vanità e tutta la follia di cui s'era fino allora nutrito il suo spirito; e risolvendo per la prima volta di coltivare amorosamente le facoltà immortali, cominciò a sviluppare i germi della sua miglior natura, i quali, maturati col tempo e con l'aiuto di nuovi benefici influssi, trasformarono la frivola e leggera fanciulla mondana in una donna seria, utile e amabile.

XXXIII.

Lievi dispregi, forse d'odio scevri,

Il mal che non potrebbero col peso

Fan col numero, e i piccoli dolori

A mille ci corrodono la vita.

Anna More.