Un giorno, poco innanzi il ritorno del signor Graham, mentre Isabella e sua zia sedute nell'atrio cercavano d'ingannare le ore tediose di quell'afoso pomeriggio d'agosto sparlando di tutto il resto della famiglia, fu recata alla signora una lettera di suo marito. Ella ne scorse rapidamente il contenuto e disse con aria di sodisfazione:
— Buone notizie, Bella! Pare che ci sia per noi la speranza di qualche piacere in questo mondo.... —
E lesse ad alta voce il seguente passo:
«Il molesto affare che m'ha costretto a venir qui è già quasi regolato, e nel modo più favorevole ai miei desiderî e ai miei disegni. Non veggo più alcun ostacolo al nostro viaggio in Europa; dunque partiremo nella seconda metà del mese venturo. Le ragazze facciano i loro preparativi. Dite ad Emilia che non risparmi nulla per provvedere dell'occorrente sè e Gertrude.»
Isabella osservò ghignando:
— Parla di Gertrude come fosse una di noi! Confesso ch'io non mi riprometto un piacere molto grande dal viaggiare per l'Europa con una cieca e la sua sgradevole appendice. Non capisco proprio perchè il signor Graham voglia portarsele dietro.
— Magari le lasciasse a casa! — sospirò la zia. — Sarebbe per Gertrude un buon castigo. Ma, ohimè, sta' pur sicura, egli partirebbe piuttosto senza la mano destra che senza Emilia!
— Spero che se mai mi marito, — esclamò la ragazza — non sarà con uno che abbia una figlia cieca! E per giunta una persona così terribilmente virtuosa, che tutti sono in obbligo d'idolatrarla, ammirarla e servirla.
— Io non ho da servirla; cotesto è l'ufficio di Gertrude: non è qui per altro.
— E quest'è il peggio: la cieca ha bisogno d'una camerista, e la camerista è una gran dama che non si perita di sottrarre alle vostre nipoti i loro innamorati e guastarle tra loro.