«Ma prima che questo proposito fosse attuato, succedettero casi e sorsero sospetti i quali condussero alla sua perdita l'uno, e immersero l'altra.... —
La voce mancò ad Emilia.
Ella chinò il capo sulla spalla di Gertrude e pianse amaramente.
— Non vi forzate di narrarmi il resto, cara, — disse la giovanetta. — So, ora, quanto siete infelice, e basta. Risparmiatevi, ve ne prego, lo strazio di ridestare per amor mio i dolori passati.
— Passati! — esclamò la cieca ritrovando la voce, ed asciugando le sue lacrime. — No, non sono passati mai.... Gli è soltanto perchè non soglio parlarne che m'hanno in questo momento sopraffatta così... Non credere però ch'io sia infelice, Gertrude. La mia pace di rado è turbata, nè avrei permesso ai deboli miei nervi di rilassarsi, comunicandoti i segreti di quel mio duro tempo di prova che mai potrò dimenticare, se non fosse che, conoscendo tu quanto dolcemente e armoniosamente volga la mia vita verso il grande ed eterno risveglio, desidero provare alla diletta mia figliuola il potere di quella fede divina per cui le mie tenebre furono mutate in luce maravigliosa, e un'afflizione come la mia fu la benedetta foriera della gioia suprema. Ma non mi rimane più molto da narrare, e lo dirò il più brevemente possibile. —
Ella proseguì con voce ferma benchè sommessa e un po' soffocata.
— Io m'ammalai d'improvviso. Avevo una gran febbre. La signora Ellis, da me trattata sempre con freddezza e spesso con disdegno (ero, devi sapere, una bambina viziata), m'assistette giorno e notte mostrandomi una premura e una devozione ch'io non avevo diritto d'aspettare da lei. Grazie alle sue cure e alla scienza del dottor Jeremy, già allora nostro medico di famiglia, dopo alcune settimane entrai in convalescenza. Stavo già abbastanza bene da essere in grado di rimanere alzata e vestita parecchie ore, quando, un pomeriggio, per mutare aria e scena, passai dalla mia camera nella biblioteca del babbo, ch'era la stanza attigua, e mi posi quasi a giacere sul divano. Restai sola perchè la signora Ellis doveva attendere alle faccende domestiche; ma prima di lasciarmi aveva portato lì e collocato in modo ch'io v'arrivassi con la mano un tavolinetto su cui si trovavano varie boccette, bicchieri e altre cose delle quali potevo aver bisogno durante la sua assenza.
«Era verso la fine d'una giornata di giugno, e io, dal divano, guardavo il calar del sole, prossimo al tramonto. Un senso di solitudine m'opprimeva, perchè da sei settimane non avevo più avuto altra compagnia che quella della mia infermiera, salvo le periodiche visite del babbo. Figurati l'immenso mio piacere quando insperatamente vidi comparire il compagno per me più geniale, e adesso poco men che proibito! Non c'eravamo riveduti da che mi ero ammalata, e dopo quella lunga e crudele separazione il nostro incontro fu più affettuoso che mai. Egli, insieme con un temperamento focoso e indomito, aveva una profondità di sentimento, una tenerezza di cuore, una dolcezza di maniere quasi femminili. Come ricordo sempre l'espressione del nobile suo viso, i maschi toni della sua voce, mentre seduto accanto a me sull'ampio divano, bagnandomi le tempie doloranti con acqua di Colonia presa da una delle boccette ch'erano sul tavolino, mi ripeteva tutta la sua gioia di rivedermi!
«Da quanto tempo fossimo là non saprei dire, ma il crepuscolo già invadeva la stanza quando fummo interrotti da mio padre, il quale entrò bruscamente, venne diritto verso di noi a passi affrettati, e fermandosi di botto a una certa distanza incrociò le braccia e squadrò il suo figliastro con tale aria d'iroso disprezzo, ch'io nulla avevo mai visto di più terribile. Il giovane si rizzò e l'affrontò con uno sguardo di sfida, in atto superbo. Non posso nè vorrei descriverti la scena che seguì.
«Mi basti dire che mio padre, eccitatissimo, scagliava contro l'oggetto del suo furore una doppia accusa, ove poneva in secondo luogo la bassezza, così egli diceva, di cercare d'acquistarsi mediante spregevoli arti l'amore e con esso le ricchezze dell'unica sua figliuola, colpa veniale a paragone del nero, dell'infame delitto di falso di cui appunto l'aveva scoperto reo, un falso in cambiali, per una somma ingente, servendosi del nome del suo benefattore.