Finito di leggere, Gertrude alzò dal foglio un viso ch'esprimeva soltanto un profondo stupore. Quella strana missiva era per lei inintelligibile. Grosse lacrime le luccicavano negli occhi, l'eccitazione le tingeva le gote d'un vivo rossore. Era commossa, ma non comprendeva il senso delle parole di quell'uomo.
Stette alcuni minuti fissando lo sguardo nel vuoto, smarritamente, poi si rizzò di scatto e, con la lettera serrata in una mano mosse verso la camera di Emilia per comunicarne a questa il bizzarro contenuto e chiederle d'aiutarla a interpretarlo. Ma davanti all'uscio si fermò. Emilia già stava male, era agitata e depressa: non conveniva disturbarla, cagionarle forse nuovi affanni. Sollecita com'era venuta ella si ritirò, e tornò a sedere nella sua camera per rileggere la singolare dichiarazione e tentar di trovare le tracce del mistero.
Che il signor Phillips e lo scrivente fossero una sola e medesima persona le era subito apparso evidentissimo. Non era lieve l'impressione che avevano lasciata nell'animo suo le parole da lui proferite incontrandola nell'imminenza del pericolo, e tutta la sua condotta a bordo. Da tre giorni quell'esclamazione affettuosa le risonava di continuo all'orecchio ed occupava il suo spirito: «Figliuola mia, caro tesoro!...» Ora le balenava la consolante idea che il nobile e generoso straniero il quale aveva così coraggiosamente arrischiato la vita per salvare Emilia e lei, potesse in realtà essere suo padre: e tutte le fibre del suo essere fremevano di gioia, una speranza inebriante sopraffaceva il suo cervello, le dava le vertigini. Ora quell'idea le sembrava invece inverosimile, folle, e si sforzava di respingerla, di considerare la cosa in modo più razionale e più probabile: certo le parole e la condotta del signor Phillips si spiegavano come l'effetto d'una potente sovreccitazione, o forse d'una fantasia un po' disordinata, un po' turbata; ipotesi, quest'ultima, che anche in altre occasioni il suo contegno le aveva suggerito.
Dopo la catastrofe, ella, appena riacquistata la coscienza di sè, aveva chiesto notizie del salvatore di Emilia e d'Isabella: ma egli era scomparso, senza lasciare alcuna possibilità di rintracciarlo. Il signor Graham, arrivato poco appresso, aveva affrettato la loro partenza, e, per quanto riluttante, ella era stata costretta ad abbandonare ogni speranza di rivederlo. Perciò si trovava ridotta alle sole sue vaghe e insodisfacenti congetture.
Con Emilia ella non s'era mai confidata, per gli stessi motivi che l'avevano rattenuta ora dal consultarla sulla misteriosa epistola; ma tra sè medesima non aveva cessato di ponderare, notte e giorno, il linguaggio e le maniere inesplicabili del signor Phillips, non soltanto nel recente spaventoso evento, ma fin dal primo istante della loro conoscenza.
La seconda lettura della lettera la rese più perplessa ed inquieta che mai. Nè le destava nuove idee, nè dava consistenza a quelle ch'era andata volgendo in mente fino allora.
Ma per un'oretta ella stette a leggere e rileggere quelle righe, finchè le ebbe quasi scancellate con le lacrime che le piovevano dagli occhi, e a grado a grado diverse commozioni si manifestavano nella espressione del suo viso. A un tratto ella si rizzò, prese risoluta un foglio, e scrisse con una febbrile rapidità che mostrava come profondamente, e quasi terribilmente, fosse scossa in tutto il suo essere, anima e corpo, e si piegasse, vacillasse sotto il peso delle speranze, delle ansie, degli affetti, dei timori che si combattevano in lei:
«Caro, caro padre,
«Se posso osare di credere che siete tale, o se no, certo, il migliore amico mio.... ma come scrivervi, che dirvi, poichè tutte le vostre parole sono un mistero? Padre! Parola benedetta! Oh, Dio volesse che il nobile mio amico fosse mio padre! Eppure, ditemi, è forse possibile? Ahimè! Ho un triste presentimento che il mio bel sogno sia una mèra illusione, un errore....
«Io non ho mai udito pronunziare il nome di Filippo Amory. La mia buona, la mia dolce Emilia, mi ha insegnato ad amare tutti; l'odio e il disprezzo sono estranei alla sua natura, e, me ne confido, alla mia. Inoltre, ella non ha nemici, mai non ne ebbe uno al mondo, nè potrebbe averne. Sarebbe lo stesso far guerra a un angelo del Cielo, o ad una santa e soave creatura come lei.