Da quasi un'ora egli sedeva là, chino sulla tavola che occupava il centro della stanza, con la testa appoggiata alla mano sinistra, senza muoversi nè sollevare un momento lo sguardo. Egli aveva gettato all'indietro la massa ondosa dei suoi capelli inargentati, come se quel lieve peso opprimesse la sua fronte ardente, e se non fosse stato il lento gesto delle dita che di tanto in tanto passava tra i bei riccioli folti, si sarebbe potuto crederlo assopito.

A un tratto si rizzò, ed ergendo l'alta e prestante persona, si mise a camminare in su e in giù per il salotto. Ma tosto una sommessa picchiata all'uscio arrestò il suo passo misurato: un'espressione d'inquietudine nervosa e di contrarietà apparve nei suoi lineamenti, e, buttandosi di nuovo nella poltrona, stava per rispondere al cameriere venuto ad annunziargli «un signore», che egli non poteva ricevere nessuno; ma l'annunziato era già sulla soglia. Il cameriere si ritirò e chiuse l'uscio.

Premurosamente il visitatore, ch'era un giovanotto, s'avanzò verso il signor Amory; represse però il suo slancio cordiale dinanzi alla inaspettata freddezza con cui questi lo accoglieva mostrandogli nella faccia rannuvolata, e nel modo quasi ritroso di toccare la mano offerta, che la sua presenza non riesciva gradita.

— Scusatemi, signor Phillips.... — disse Guglielmo Sullivan, poiché era lui. — Temo d'avervi disturbato.

— Oh, non lo dite! — rispose quegli, urbanamente, invitandolo a sedere. — Accomodatevi. —

Guglielmo non fece che appoggiar la mano sulla spalliera della seggiola proffertagli, e seguitò rimanendo ritto:

— Siete molto mutato, signore, dacchè ci vedemmo l'ultima volta.

— Mutato? Sì, certo.... — disse l'altro con aria distratta.

— La vostra salute non sarà, spero....

— La mia salute è ottima. —