Dopo avere così interrotto il giovane, Filippo Amory parve a un tratto comprendere che doveva pur fare qualche sforzo per sostenere la conversazione, e ripigliò:
— È lungo tempo, signor Sullivan, che non ci siamo imbattuti. Non ho tuttavia scordato il debito di gratitudine che ho verso di voi per il vostro intervento tra me ed Alì, l'arabo traditore, con la sua truppa di ribaldi beduini.
— Non ne parlate, signor Phillips. Il nostro incontro fu davvero fortunato, ma per tutti e due, perchè eravamo esposti al medesimo pericolo, e quindi ne risultò un mutuo benefizio.
— Non posso ammetterlo. Voi sembravate in buona armonia con la vostra scorta, per quanto fosse araba.
— Sì, ho una certa pratica di viaggi in Oriente, e so come, d'ordinario, si governano quegl'infiammabili spiriti del deserto. Ma quando vi raggiunsi, entravo appunto anch'io nel territorio di tribù ostili, e la mia scorta correva rischio d'essere soverchiata se non avessi avuto il vantaggio di unire le mie forze alle vostre.
— Valutate troppo modestamente il vostro genio conciliativo, giovanotto. Con voi, che conoscete così bene i fatti, non ho neppure il merito della franchezza confessando che il mio temperamento focoso e la mia volontà ostinata erano le sole cause del pericolo che minacciava entrambi e dal quale voi fortunatamente avete saputo scamparci. No, no! Non mi negate la sodisfazione d'esprimervi ancora una volta la mia gratitudine per il vostro preziosissimo aiuto.
— Signore, — disse Guglielmo sorridendo — voi fate della mia visita proprio l'opposto di ciò che doveva essere. Io sono venuto qui stasera non per ricevere, ma per rendervi grazie.
— Di che cosa? — fece il signor Amory bruscamente, rudemente quasi. — Voi non mi dovete nulla!
— Gli amici d'Isabella Clinton hanno con voi un debito tale, che non potranno mai pagarlo.
— V'ingannate, signor Sullivan. Io non ho fatto nulla che imponga agli amici di cotesta signorina la minima obbligazione verso di me.