«Voi v'apponete, reputandomi attratto da un gusto naturale verso le classi superiori del consorzio civile: gusto che la povertà e la segregazione nel mio cantuccio m'impedivano di manifestare al tempo della mia adolescenza, ma che nondimeno conferì non poco a determinar le mire della mia ambizione giovanile. Le case sontuose, gli equipaggi, i bei vestiti della gente ricca, esercitavano assai minor prestigio sulla mia fantasia, che non la signorile disinvoltura, la raffinatezza, l'eleganza delle maniere per cui si distinguevano le poche persone di quel ceto ch'io avessi occasione d'osservare; e sebbene desiderassi di conquistar la ricchezza per i suoi vantaggi intrinseci, per la possibilità che m'avrebbe dato di contribuire al benessere e alla felicità altrui, mi sarebbe parsa destituita di metà del suo valore se non m'avesse servito ad aprirmi l'adito ai circoli del bel mondo che contemplavo da lontano con tanta ammirazione.
«Non c'era dunque bisogno delle privazioni che nel fatto di vita sociale ebbi a soffrire durante la mia dimora nell'India, perchè mi gettassi avidamente in mezzo ai piaceri di Parigi, dove, come voi dunque sapete, io, grazie alla benevolenza del mio socio, fui senza difficoltà ricevuto nelle migliori compagnie.
«È vero che quando venni chiamato in Francia il mio spirito era ancora depresso dal fiero dolore contro cui lottavo dopo le tristi notizie da casa, e che mi sentivo poco disposto ad approfittare della cortesia del signor Clinton. Ma spesso impedendogli le condizioni della sua debole salute di partecipare ai divertimenti della capitale, io non potevo dispensarmi d'offrire la mia scorta a sua figlia, la quale, amantissima dei ritrovi mondani, non sapeva rassegnarsi a rimanerne esclusa, ed accettava sempre con gioia i miei servigi, trascinandomi così nel vortice della vita elegante; ove, devo confessarlo, v'era di che lusingarmi, sbalordirmi, inebriarmi.
«Io non potevo restare indifferente ai favori insperati di cui mi vedevo colmato, nè respingere tutti gli assalti dati alla mia vanità. E non soltanto la virilità del mio carattere fu messa a duro cimento. Il privilegio d'essere accolto fra i gaudenti del gran mondo, m'espose a più serî pericoli. La solidità dei principî, la semplicità di costumi inculcate in me dall'infanzia e rimaste fino allora inconcusse, corsero grave rischio. Io avevo resistito sempre ad ogni sorta di tentazioni grossolane; ma i miei nuovi eleganti compagni me le presentavano sotto quelle forme raffinate che le rendono insidiose per coloro su cui, prive del seducente travestimento, non avrebbero alcun potere. Il vino, che non m'avrebbe mai attirato in mezzo a un'orgia disgustosa d'ubriaconi, nella coppa tenuta dalla mano delicata del gentiluomo uscito allora da un salotto dove l'avevo veduto festeggiato da tutti, e onorato dei sorrisi delle donne, scintillava d'affascinanti splendori, e mi faceva dimenticare l'amarezza della sua feccia. Il giocatore di professione, il furfante conosciuto, avrebbero cercato vanamente in me un loro complice; ma non pensavo del pari a stare in guardia contro gli agguati di chi meno avrei sospettato. Come credere che i miei amici, che gli amici del signor Clinton, ornamenti delle alte sfere in cui vivono, fossero capaci di vincere il mio denaro con un giuoco sleale, e condurmi a mali passi, precipitarmi nella rovina?
«Quando ricordo le prime settimane del mio soggiorno a Parigi, quasi mi maraviglio di non essere caduto in nessuno dei numerosi tranelli tesi da ogni parte per la mia perdizione, e verso cui le mie simpatie sociali, la mia natura audace e insieme ingenua mi traevano fatalmente. Se fui salvato, io lo devo, ne sono persuaso, alla memoria della santa mia madre, sempre vigile, i cui ammonimenti, da me giudicati superflui al tempo in cui me li aveva dati, balzavano dinanzi alla mia mente pieni di nuova vita, armati di nuova forza nell'ora del pericolo. Nulla fuorchè la coscienza che il suo spirito gentile aleggiava sempre sul mio cammino, contristato dai miei conflitti o rallegrato dai miei trionfi, può avermi infuso il coraggio e la perseveranza di resistere, d'evitar le fosse scavate sotto i miei piedi, ove i malcauti miei passi m'avrebbero fatto sprofondare.
«Ma combattute e vinte queste oscure insidie, altre non meno pericolose minacciavano la sicurezza del mio avvenire perchè soccombendovi avrei perduto gran parte del mio benessere morale e del mio valore umano. Ero travolto in una ridda di piaceri, i quali occupavano le mie giornate, e spesso le mie notti, allettandomi con lusinghe che accarezzavano il mio amor proprio, fomentavano la mia ambizione, e attutivano le commozioni più nobili. E qui credo che la mia salvezza fu il medesimo straordinario favore con cui venni accolto nella cerchia della frivola vita mondana. S'io non l'avessi veduta che da fuori, se fossi stato costretto a fermarmi sulla soglia struggendomi nel vano desiderio d'entrare, forse oggi m'indugerei ancora là, cupido e deluso spettatore di gioie a me negate; o se avessi ottenuto soltanto un accesso limitato, seguiterei a lottare ardentemente per farmi avanti.
«Ma ricevuto addirittura nei più sacri penetrali dell'alta sfera a cui anelavo, potei presto scorgere tutta la vacuità, tutta la nullità di quella bagattella che noi anglosassoni chiamiamo fashion.[5] Non già che non v'incontrassi affatto la grazia, lo spirito, la coltura, la finezza ch'io m'attendevo di trovarvi o che queste belle qualità fossero accompagnate sempre da altre meno pregevoli. No: io credo veramente che tutte le classi sociali possano vantare i loro eroi e le loro eroine, e che vi sono tra i mondani, uomini e donne le cui virtù rifulgerebbero anche in un deserto. Nè disprezzo le formalità e le cerimonie, decorose in sè, e fonti d'eleganza e gentilezza di costumi. Finchè vi sarà una classe di gente segnalata dalla buona educazione e dalla raffinatezza delle maniere, e un'altra di cui sono proprie l'ignoranza e la volgarità, vi dovrà essere tra loro una linea di divisione, ch'è naturale e che forse nessuna delle due desidera varcare.
«Ma questa barriera non è la mondanità elegante, non è la fashion, la quale spesso esclude le qualità caratteristiche della prima e ammette liberamente quelle della seconda. E se io ardisco fare una distinzione fondata sopra un più alto concetto, gli è perchè ho veduto da vicino quanto sia fallace l'opinione comune che le distingue secondo vane apparenze.
— Siete molto giovane per filosofare così profondamente, — disse il signor Amory. — Più d'uno volta le spalle, disgustato, ad un'aristocrazia in cui non gli è riuscito d'ottenere accesso, ma ben pochi, ottenutolo, vi rinunziano.
— Ben pochi, forse, almeno tra i giovani, — rispose Guglielmo — hanno avuto le occasioni che ebbi io di penetrarne i segreti. Credo di poter dire senza tradimento, posto che parlo in generale, d'aver veduto nella così detta aristocrazia del nostro paese, ignoranza, sguaiataggine, bassezza ed immoralità assai maggiori che non avrei creduto ammissibile. Ricordo frequenti casi in cui il più compito gentiluomo, o la più bella signora d'un circolo brillante, mostrò di non possedere neanche nozioni elementari in materie comunissime. Fui presente a ricevimenti splendidi per lusso ed eleganza, disonorati da esempi d'inciviltà e di rozzezza d'animo che offendevano del pari il buon gusto e la delicatezza. Osservai come la folle prodigalità in certe cose fosse ricattata con un'egoistica e spregevole parsimonia in certe altre: vidi uomini e donne manifestare una mancanza di principî morali e religiosi, la quale prova che l'occupare un alto grado sulla terra non preserva l'anima da quelle contaminazioni che la rendono indegna d'essere un giorno assunta in cielo.