— Non sapevo che aveste qualche parente. Parentela di nome soltanto a quanto pare.

— Nome? — disse la signorina Marta con enfasi. — Esulto di gioia quando penso che non hanno l'onore di fregiarsi d'un casato del quale sono indegni. No, portano un nome diverso, plebeo, come le loro anime grossolane. Sono tre fratelli, tutti e tre parimente odiosi ai miei occhi. Uno di costoro, spregevole bellimbusto, viene qui immaginandosi d'abbagliarmi e incutermi rispetto con la sua presenza che egli crede imperiosa: e mi chiama «zia, zia», per attestare una consanguineità da cui egli ciecamente si illude d'esser fatto più prossimo ai miei beni. — Eccitata fino al furore ella quasi urlò le ultime parole. — E gli altri due, — soggiunse non meno rabbiosamente — sono pitocchi! Pitocchi sono sempre stati, e sempre saranno! Tal sia di loro! Io ne godo! Voi m'intendete, cara signorina Gertrude, siete una giovane di mente pronta ed aperta, ed io approfitto della vostra presente «contiguità», la quale, vogliate o no, potrebbe uno di questi giorni essere interrotta dall'impazienza di qualche innamorato, per chiedervi un favore ch'io non avrei mai creduto di dover sollecitare. Ho bisogno di voi.... a questo fine v'ho fatta chiamare.... per scrivere, — e qui la vecchia signorina abbassò la voce — le ultime volontà, il testamento di Marta Pace! —

La voce sommessa tremava, esprimeva il senso di profonda compassione per sè medesima onde Marta Pace era compresa, e a cui Gertrude partecipava sinceramente. Questa acconsentì di buon grado a sodisfare il suo desiderio, in quanto poteva, avvertendo però che ignorava totalmente le forme legali.

Con suo stupore la vecchina affermò la propria perfetta cognizione di tutte le disposizioni della legge per il caso dato; e infatti dettò il contenuto dell'importante documento in modo sì completo e impeccabile, che quando, avendo alcuni mesi dopo la signorina Pace reso l'anima a Dio, venne trovato debitamente munito di testimonianze, firma e suggello, non fu possibile attaccarlo per alcun vizio di forma od altro, ed ebbe pieno effetto.

Ma colui ch'era nominato unico erede dell'abbastanza considerevole facoltà, non volle accettarla se non per distribuirla equamente tra i parenti della testatrice più bisognosi e più degni. Quantunque gli uomini rispettabili che avevano prestato ufficio di testimoni protestassero essere Marta Pace stata sana di mente e conscia dei propri atti fino all'ultimo momento, egli dichiarò di non poter ammettere che una persona in possesso del suo buon senso commettesse la pazza stravaganza di lasciare ad un estraneo tutti i suoi risparmi faticosamente accumulati e gelosamente custoditi per lunghi anni.

Quell'erede universale era Guglielmo Sullivan, il cavaliere dalle rosee guance, il quale per lo stesso spirito cavalleresco che gli aveva guadagnato il vergine cuore e la gratitudine perenne della signorina Marta, ricusava una ricompensa tanto sproporzionata al lieve servigio reso.

Il testamento recava un preambolo, esilarante e commovente ad un tempo, in cui la bizzarra vecchietta esponeva nel suo stile caratteristico le ragioni e i sentimenti che avevano determinato la scelta del suo erede.


«Una gentildonna già innanzi negli anni ma aggrappata ancora alla vita e alle sue speranze e, riluttante ad abbandonarle, per quanto provata da contrarianti vicissitudini, è stata ultimamente costretta dai suoi parenti a rammentarsi che innanzi il rifiorire di un'altra primavera ella potrebbe essere chiamata a raggiungere i Pace defunti: ramo della famiglia che avvenuta la sua dipartita sarà estinto. Col più cortese degl'inchini e un grazioso cenno della mano la signorina Marta saluta passando i rappresentanti dell'altro ramo, e li ringrazia del previdente pensiero di ricordarle, prima che fosse troppo tardi, l'opportunità di designare la persona in cui favore ella desidera prendere le sue disposizioni testamentarie.

«E però ella ha girato tutt'intorno lo sguardo, ha riveduto nello specchio della memoria tutti i suoi conoscenti, ed ha eletto l'erede. Il giovane stesso, il più perfetto tra i giovani gentiluomini dell'epoca nostra, spalancherà gli occhi attonito e dirà: «Signora, io non vi conosco!» Ma, caro signore, Marta Pace, benchè vecchia, brutta ed inferma, ha un cuore che sente con ardore giovanile. Ella non ha scordato, e col suo ultimo atto vuol dimostrare quanto viva sia la rimembranza, il bel garzone dalle rosee guance che un giorno la sollevò dal suolo coperto di ghiaccio, passò la sua mano avvizzita sotto il proprio vigoroso braccio, e con radiosi sorrisi e confortanti parole, scortò la vecchierella afflitta da reumatismi fino alla casa ove doveva porsi al riparo dalle intemperie invernali.