«In questa guerra disuguale io mi trovavo soverchiato dalla forza preponderante del nemico; ero ancora un ragazzo, soggetto a tutela, e dall'altra parte non potevo rimaner sordo alle implorazioni di mia madre che mi supplicava di sottomettermi per amor suo. Quindi io, soltanto in qualche caso, quando mi pareva d'essere stato trattato con troppo oltraggiosa ingiustizia, mi ribellavo apertamente; ed anche allora c'era chi s'adoperava a ricondurre la pace, e almeno l'apparenza della buona armonia, in famiglia.

«Così passarono parecchi anni, e, se non giungevo ad amare il signor Graham, tuttavia la potenza dell'abitudine, i miei studi che m'occupavano e m'appassionavano, e una crescente padronanza di me stesso, conferivano a rendermi più tollerabile la vita nella casa del patrigno.

«E poi c'era qualche cosa che mi compensava di tutte le mie pene: il mio amore per Emilia, la quale vi corrispondeva con pari tenerezza. Non l'amavo già perchè era una preziosa mediatrice tra me e suo padre, nè perchè si assoggettava pazientemente a tutte le mie volontà e m'aiutava in tutti i miei disegni; ma perchè le nostre anime erano fatte l'una per l'altra, e più si sviluppavano e s'espandevano, più forte le avvinceva un legame che solo una mano barbara poteva strappare e spezzare. Non mi dilungherò sull'ardore e la profondità di quest'affezione: basti il dire ch'era divenuta la vita della mia vita.

«Mia madre morì. Io ero purtroppo allora, a mal mio grado, impiegato nel banco del signor Graham, e abitavo sempre in casa sua. D'improvviso, senza ragione e senza scusa, egli cominciò a modificare la nostra vita domestica, seguendo una condotta non meno stolta che crudele, la quale irritava il mio orgoglio, torturava i miei sentimenti, eccitava la mia focosa natura a segno da rendermi quasi pazzo. Si era proposto di privarmi dell'unico bene che m'allietasse, che addolcisse i rigori della mia sorte: l'amore d'Emilia. Tralascio di raccontarti i motivi che io gl'imputavo, i mezzi ch'egli usava: ma erano tali da cambiare la mia antipatia per lui in odio amarissimo, la mia riluttante obbedienza ai suoi voleri in aperta e deliberata opposizione.

«Lungi dal rassegnarmi a un divieto che stimavo tirannico, cercavo la compagnia d'Emilia in ogni maniera, e persuadevo la gentile fanciulla a prestarsi ai miei strattagemmi per sventare i disegni di suo padre. Io non le parlavo d'amore, non tentavo di legarla a me con una promessa, non accennavo al matrimonio: un senso d'onore me lo proibiva. Ma con una giovanile audacia che, temo, era il colmo della follia e dell'imprudenza, coglievo tutte le opportunità, fosse anche presente il signor Graham, per manifestare la mia ferma determinazione di mantenere liberamente con lei quella familiarità affettuosa ch'era nata dalle circostanze, e non poteva essere più repressa se non con la forza.

«Emilia cadde malata, e durante sei settimane non mi fu concesso di vederla un momento. Non appena ella fu in istato d'uscire dalla sua camera, spiai costantemente un'occasione di parlarle. Alfine mi si offerse. Eravamo da un'ora insieme nella biblioteca, quando il signor Graham venne a sorprenderci. Egli s'avanzò verso di noi con una faccia di cui mai non scorderò la durezza e la severità. Io non mi sgomentai di quell'intrusione credendomi preparato a sfidarne le probabili conseguenze; ma non potevo aspettarmi un attacco di ben altra natura.

«Ch'egli mi rimproverasse di disobbedienza a desiderî da lui datimi a intendere in ogni possibile modo, che mi dichiarasse più esplicitamente la sua risoluzione di mettere una barriera tra la sua figliuola e me, erano cose ch'io prevedevo, e mi trovavo apparecchiato a rispondergli: ma quando egli proruppe in sanguinose e volgari ingiurie, quando furiosamente m'investì con ignobili accuse, apponendomi fini egoistici e vili in cui neppure per un attimo s'era mai fissato il mio pensiero, ammutolii dallo stupore e dalla collera.

«Nè questo fu il peggio. In presenza della pura giovanetta ch'io adoravo egli m'imputò d'uno dei più bassi, più neri delitti, del delitto di falso, affermando che la mia colpa, allora allora scoperta, era provata, indubitabile.

«L'ira che m'ardeva dentro divampò. Alzai la mano, strinsi il pugno. Che fossi in procinto di fare non so dirtelo. Avrei trovato parole per asserire la mia innocenza, respingere la calunnia, dimostrare la falsità dell'imputazione? O, mancandomi la voce soffocata dal furore, mi sarei slanciato sul mio patrigno, scostandolo da me con violenza, buttandolo forse a terra, e sarei corso fuori per calmarmi all'aria aperta e raccogliere il mio spirito? Non posso congetturarlo, perchè in quel punto un acuto grido d'Emilia mi richiamò in me; e nel volgermi la vidi cadere svenuta sul divano.

«Ella pareva colpita a morte dall'orrore di quella scena. Dimenticando ogni altra cosa mi precipitai verso di lei, ansioso di soccorrerla. Accanto al divano c'era un tavolino sul quale stavano parecchie boccette. Frettolosamente ne afferrai una, e nella mia agitazione m'accadde di versarne il contenuto, ch'io credevo un'essenza corroborante, sulla faccia d'Emilia, la quale giaceva supina.... Io non so di che si componesse la funesta mistura, ma ahimè, gli effetti ne furono evidenti.... l'atto irrimediabile era compiuto.... e compiuto per mia mano!