«Dopo un anno passato nelle selvagge solitudini dell'Occidente, tra avventure il cui racconto ti sembrerebbe incredibile, seguitai ad attraversare quella regione, compiendo, senza compagni, un aspro e lungo viaggio, il quale aveva l'unico fine d'appagare il mio umore vagabondo. Venni così a trovarmi nel paese che fu poi chiamato la «terra promessa», nonostante che per molti dei cupidi emigranti fosse invece una terra di false lusinghe e di amari disinganni. Tuttavia per me ne scaturì l'oro di cui non avevo sete. Io fui tra i primi scopritori delle prodigiose miniere, e uno dei più fortunati, benchè dei meno diligenti e meno bramosi d'arricchirsi.
«Ma questa non fu la sola nè la maggiore delle fortune toccatemi. Coi primi frutti delle mie fatiche comperai un'immensa distesa di terreni, approfittando di un'occasione offertasi. Ero ben lungi dal sognarmi che quei campi deserti diverrebbero un giorno le strade e le piazze d'una grande e prospera città. Eppure fu così: ed io senza sforzi, quasi senza saper come, acquistai ricchezze favolose.
«Non è tutto. Il caso felice che guidò i miei passi alla terra dell'oro, mi condusse a scoprire una perla preziosa, un tesoro a paragone del quale le miniere della California sono un nulla ai miei occhi.
«Tu sai che il grido della conquista corse il mondo, e uomini d'ogni nazione portarono le loro braccia al campo della fortuna. Poi venne la fame, seguita dalla malattia e dalla morte; e molti furono quelli che mentre s'affrettavano ansiosamente verso l'aurea mèsse, caddero sul margine della via prima d'averla pur veduta ondeggiare da lontano.
«Per quanto io disprezzassi quell'avida canaglia, non potevo, nelle mie privilegiate condizioni, ricusarmi di soccorrere gli sciagurati che venivano ad abbattersi ai miei piedi; e, per una volta, la mia umanità trovò la sua ricompensa.
«Un uomo di miserabile aspetto, cencioso, sfinito, mezzo morto, si trascinò fino alla mia tenda (il paese, in quel tempo primitivo, non offriva altra abitazione) e con voce fievole si raccomandò chiedendo la carità. Io lo accolsi nell'angusta mia dimora, e non gli fui avaro delle cure che ero in grado di prestargli. Ma egli non soffriva che d'inedia, e quando si fu satollato, manifestò subito la selvaggia brutalità della sua natura nell'arcigna indifferenza con cui ricevette l'ospitalità benevolmente concessagli da un estraneo, e nella vile ingratitudine con cui ne abusò. In capo ad alcuni giorni le sue forze erano ristorate, sicchè io, desideroso di levarmi d'attorno quell'intruso il quale cominciava a condursi in modo da farmi dubitare della sua buona fede, lo avvertii che doveva andarsene, non senza però mettergli in mano una quantità d'oro sufficiente ad assicurare il suo sostentamento finchè fosse giunto alle miniere ove diceva d'essere diretto.
«L'uomo parve malcontento. Mi chiese il permesso di rimanere fino alla mattina seguente non avendo egli alcun ricovero per la notte che già s'avvicinava. Io accondiscesi, perchè non m'immaginavo qual serpente avessi riscaldato al mio focolare. In sulla mezzanotte un leggero rumore mi destò: ci voleva poco a turbare il mio sonno che non era mai profondo. Mi rizzai e vidi l'ospite affaccendato a impadronirsi del mio denaro, e pronto a svignarsela senza salutarmi. La sua ribalderia andò più oltre. Nell'atto ch'io l'agguantavo rimproverandogli il furto vergognoso, egli afferrò un'arme che si trovava lì presso, e attentò alla vita del suo benefattore. Ma io stavo all'erta; rapidamente schivai il colpo, ed essendo il più forte, in pochi momenti ebbi ridotto all'impotenza il mio disperato avversario. Costui si trascinò alle mie ginocchia implorando grazia con l'abietta sommissione che si conveniva a un così spregevole furfante. E ben aveva di che tremare, perchè la legge di Lynch era allora nel suo pieno vigore, e faceva giustizia sommaria dei criminali.
«Avrei probabilmente abbandonato il traditore alla sorte meritata, se egli non avesse per caso scoperto alla mia cupida brama un oggetto desiderabile a segno, ch'io gli offersi la libertà come prezzo del suo possesso, con un ardore in cui dimenticai il castigo dovuto a tanta perfidia.
«Il ladro, obbedendo al mio comando, vuotò le sue tasche per restituirmi l'oro, la cui perdita non m'avrebbe oltremodo afflitto: e mentre il vil metallo rotolava ai miei piedi, vidi brillare tra le monete un gioiello mio, legittimamente mio quanto il resto; e quella vista mi colmò di maraviglia e di gioia, più che se fosse stato una stella caduta dal cielo.
«Era un anello assai singolare per il disegno e la fattura, già appartenuto a mio padre, portato poi da mia madre fino al tempo delle sue seconde nozze, e da lei allora dato a me. Io lo tenevo caro come un'eredità preziosa, ed era uno dei pochi oggetti di valore presi meco nell'abbandonare la casa del mio patrigno. L'avevo lasciato, insieme con un orologio e qualche altro piccolo gioiello, a Lucia, quando m'ero separato da lei a Rio, e rivedendolo mi sembrava udire una voce da una tomba.