— Dico il vero, babbo! Siete voi quello che s'inganna! Emilia non vi odia, non v'ha odiato mai. Ella vi credeva morto da molti anni: ma la vostra voce, benchè udita una volta sola, le ha quasi fatto perdere la ragione, tanto profondamente ella v'ama sempre. Venite, e vi dirà lei, meglio ch'io non possa, quale sciagurato errore abbia fatto di voi due martiri. —
Emilia, la quale aveva udito la voce di Guglielmo mentre questi salutava Gertrude sulla soglia, e indovinato ch'era lui, s'era astenuta dal chiedere della fanciulla, non comparsa alla tavola del tè; e pensando ch'ella sentiva il bisogno di starsene tranquilla nella sua camera, terminato il pasto della sera, si ritirò nel salotto. Il signor Graham, secondo il suo costume, passò nella biblioteca.
Da circa un'ora ella sedeva sola in quella stanza vasta e arredata all'antica, il cui aspetto era assai piacevole e familiare. Nel camino ardeva ancora un bel fuoco gagliardo che diffondeva intorno un tepore gradevolissimo essendo le serate eccezionalmente fresche per la stagione. Alcune candele erano accese ai lati dello specchio, ma la loro luce non bastava a distruggere i pittoreschi effetti delle ombre che la fiammata dei ceppi gettava sulle pareti e sul sofà dove stava adagiata Emilia.
Ella, nonostante la sua debole salute, conservava gran parte ancora della freschezza e dell'avvenenza giovanili, e per caso s'era messa in una positura, di fronte al fuoco, tale che il mobile chiarore guizzava sul suo viso dando risalto all'insolita vivacità di colorito ond'era animata dall'intima commozione dell'animo. Il gusto squisitamente fine che rendeva le abbigliature d'Emilia quasi un emblema della soave purità del suo carattere, si manifestava con particolare efficacia quand'ella indossava, come quella sera, una veste di casimiro bianco, fluente in ricche pieghe, strette alla vita da una cintura di seta, e con ampie maniche drappeggiate. Il niveo candore della seta che le orlava poteva appena rivaleggiare con quello dei polsi delicati e delle piccole mani di cui una macchinalmente andava giocherellando tra le frange purpuree di uno scialle portato nella fredda sala da pranzo, e adesso abbandonato sopra il vicino bracciuolo del sofà.
Reggendosi sul gomito, la faccia chinata in avanti, verso il fuoco, ella guardava nello specchio della sua memoria, così intensamente, che chi avesse ignorato la sua cecità l'avrebbe creduta assorta nel contemplare di sotto le lunghe ciglia immaginarie figure tracciate dalla fantasia sulle bracie ardenti. A momenti, quando il vento della sera estiva, spirando tra il fogliame degli alberi, faceva che qualche ramo sfiorasse lievemente i cristalli delle finestre, ella sollevava il capo dalla mano su cui lo teneva reclinato, e arcuava il tenue collo nell'atteggiamento di chi ascolta; poi, riconosciuta la natura di quel fruscio, ricadeva con un sospiro nella sua malinconica meditazione.
Una volta la signora Prime, che cercava la governante, aperse l'uscio, guardò se fosse nel salotto, e si ritirò dicendo tra sè:
— Dio, com'è bella! Pare proprio un ritratto.... Vorrei che avesse occhi per vedersi! —
Alfine un sommesso e rapido abbaiamento del cane di guardia ridestò l'attenzione d'Emilia; tosto lo seguì un suono di passi, nel portico, nell'atrio....
Innanzi che giungesse alla soglia ella già s'era rizzata, tendendo l'orecchio. E quando Filippo Amory e Gertrude entrarono, la cieca, silenziosa, con le labbra socchiuse, le mani giunte, un piede avanzato nell'attesa che venissero a lei, dava immagine d'una statua anzichè di persona viva.
Gertrude gettò uno sguardo sulla figura estatica della sua amica, un altro su quella agitatissima di suo padre, e tacitamente se n'andò. Ella aveva veduto che s'erano riconosciuti appieno, e per istintiva delicatezza non volle turbare con la sua presenza la santità di quell'incontro.