— No, Filippo, — replicò a quest'ultima accusa il signor Graham che aveva chinato il capo sotto le altre — cotesto no! Cotesto no! Nell'onore vostro non vi recai nessun danno. Scopersi il mio errore prima d'avervi denigrato pubblicamente.

— Lo riconoscete l'errore, dunque?

— Sì, lo riconosco! Imputai a voi la colpa che, come n'ebbi la prova, era stata commessa da quello de' miei impiegati in cui riponevo intera fiducia. Appresi la verità quasi subito, ma, ahimè, già troppo tardi per richiamarvi. Poi vennero le notizie della vostra morte, e mi dolse forte che l'offesa fosse ormai irreparabile. Ma non era strano il mio abbaglio, Filippo: me lo dovete concedere. Archer mi serviva fedelmente da più di vent'anni: come avrei dubitato di lui?

— Oh no, non era strano! — disse amaramente Filippo Amory. — Poichè una colpa era stata commessa, era anzi naturalissimo che l'imputaste a me. Non mi credevate capace che di male azioni.

— Fui ingiusto, lo ripeto, — replicò il signor Graham tentando di riassumere la propria dignità. — Però qualche ragione ce l'avevo.... ce l'avevo.

— Forse.... Cotesto ve l'accordo.

— Ebbene, stringiamoci la mano, e procuriamo di mettere in oblio il passato. —

Filippo non s'ostinò a rifiutare l'offerta, ma non l'accettò con troppo ardore.

Il signor Graham tuttavia parve considerare bell'e fatta la pace, e con un'aria di sollievo, come se sentisse liberata la coscienza dal peso che l'aggravava da anni (perchè egli aveva una coscienza, quantunque non tenerissima), si accomodò nella sua poltrona, e pregò il figliastro di raccontargli le proprie vicende.

Questi lo sodisfece, compendiosamente; e l'attenzione prestata dal patrigno al suo racconto, il vivo interessamento con cui egli s'informava dei particolari, gli provarono che in quel ventennio il rimpianto e il rimorso avevano dimolto addolcito il cuore dell'uomo superbo, per cui ognuna delle memorie evocate era la puntura d'un rimprovero.