E il tenero e pietoso cuore di Gertrude non gemeva sulla propria afflizione più che sul disinganno che doveva soffrire Guglielmo se mai aveva sperato di trovar pace nell'unione con una ragazza così prepotente, stizzosa, irragionevole.

Assorta in queste riflessioni, camminava con una rapidità che quasi non avvertiva, e arrivò presto ai filari di grandi pini che ombreggiavano l'entrata del camposanto: là, sostò un momento per godere la fresca brezzolina alitante fra i rami, poi passò il cancello, volse a destra, nel viale carrozzabile, e cominciò lentamente la salita.

Il luogo, sempre tranquillo, era in quell'era solitario, e come segregato dal mondo: tranne i gorgheggi di qualche uccello, non un suono turbava il silenzio e la quiete. A misura che Gertrude contemplava le bellezze a lei familiari di quel sacro recesso da anni mèta favorita delle sue passeggiate, e procedendo fra le aiuole fiorite respirava l'aria aulente di soavi fragranze, e sentiva l'appello solenne della morte, l'aspirazione dell'anima verso il cielo, tutte le commozioni non armonizzanti con quella scena svanivano, ed ella non provava più se non il senso di dolce e serena malinconia destato dal pensiero di coloro che fruiscono della beata pace.

Dopo un tratto di cammino lasciò la larga via che seguiva e prese per un vialetto laterale, donde poi svoltò nello stretto sentiero conducente all'angolo ombroso e remoto che, parte per la sua lontananza dai viali più frequentati, parte per la sua amenità, era stato da lei preferito.

Era situato sul pendio d'un poggetto, e da un lato un alto masso lo nascondeva allo sguardo dei passanti, dall'altro una quercia annosa stendeva sopra esso i suoi rami. La semplicissima cancellata di ferro che lo circondava era rivestita dell'edera piantata da Gertrude, che s'abbarbicava in graziosi festoni fin sulla muscosa roccia, una sporgenza della quale offriva un sedile presso la tomba di True Flint. La fanciulla vi sedette come di consueto, e rimasta alcuni minuti in contemplazione, col gomito appoggiato al ginocchio e la fronte reclinata sulla mano, drizzò la snella persona, mandò un sospiro profondo, poi sollevò il coperchio del suo paniere, versò i fiori sull'erba, e con dita agili e destre cominciò a tessere una leggiadra ghirlanda di cui, finita che l'ebbe, ornò la tomba ai suoi piedi. Sparse il resto dei fiori sugli altri due tumuli, e infine, preso un sarchielletto, e infilato un paio di guanti da giardinaggio, lavorò un'ora buona intorno all'aiuola e alle piante rampicanti con cui aveva fatto un pergolato.

Terminato il lavoro sedette di nuovo a piè della roccia, si tolse i guanti, rimosse dalla fronte le fitte bande lisce dei suoi capelli e si riposò, pensosa.

Compivano quel giorno sette anni da che lo zio True era morto; ma Gertrude non aveva cessato di ricordare amorosamente il buon vecchio. Spesso nei suoi sogni vedeva il suo piacente sorriso, udiva le sue confortanti parole, e notte e giorno l'immagine di colui che aveva reso serena e felice la sua infanzia, l'animava ad imitarne la umile e paziente virtù.

Ma mentre ella, con gli occhi fissi sul tumulo erboso che copriva la cara salma, rievocava le liete ore che essi avevano trascorse insieme, un'altra rimembranza veniva ad amareggiare quella tanto soave: la rimembranza di un terzo, la quale non poteva esserne separata, perchè quasi sempre egli partecipava alle gioie del loro focolare domestico; e seguendo il corso delle sue intime riflessioni ella esclamò quasi inconsciamente:

— O zio True, voi ed io non siamo divisi, ma Guglielmo non è più con noi!

— Oh, Gertrude, — disse in tono di rimprovero una voce, vicino a lei — ed è forse di Guglielmo la colpa? —