La notte invero era bellissima. Fredda certo, perchè ogni cosa che aveva un orlo s'ornava d'una frangia di brillanti diacciuoli, e il suolo era coperto d'un candido tappeto di neve che i passanti calpestavano frettolosi, stimolati dall'aria frizzante. Le stelle scintillavano come non scintillano che in puro cielo invernale; la luna sorgeva sopra una vecchia casa dalle mura brunastre, la stessa casa, all'angolo della strada, che Guglielmo e Gertrude fanciulli vedevano dalla loro soglia quando, sedutivi insieme, spiavano lo spuntare dell'astro d'argento, di dietro alla nera massa velata d'ombra.

Appoggiata alla spalla del suo sposo, la giovane stette a guardare, intenta come allora, finchè l'intero disco non apparve splendente nel cupo azzurro immacolato.

Nessuno dei due parlava, ma i loro cuori palpitavano all'unisono, nel ricordo dei giorni passati.

In quella, l'accenditore del gas passò velocemente ed accese, come per contatto elettrico, le lucide fiamme dei numerosi lampioni che fiancheggiavano i marciapiedi; in un attimo era già fuor di veduta.

Gertrude sospirò.

— La bisogna non era tanto agevole, per il povero zio True! — ella disse. — Ma si sono fatti grandi progressi da quel tempo.

— Sì, affemmia! — rispose Guglielmo volgendo uno sguardo di compiacenza in giro all'elegante salotto bene illuminato e bene riscaldato della loro casa coniugale, e posandolo infine sul viso radioso della sposa adorata. — Progressi che allora sarebbero parsi sogni inconseguibili. Vorrei che il buon vecchio fosse qui con noi a goderne i vantaggi! —

Una lacrima inumidì gli occhi di Gertrude; ma premendo il braccio del marito, ella additò reverentemente una fulgidissima stella uscente in quel momento da una tenue nuvoletta inargentata che la aveva fino allora nascosta; la stella in cui s'era sempre immaginata di discernere il buon sorriso del suo padre adottivo.

— Caro zio True! — esclamò commossa. — La sua lampada, Guglielmo, arde sempre lassù in cielo, e la sua viva luce non è ancor spenta sulla terra! —

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