— Tre, mi pare. Ricordo una bellezza di bimba coi ricci biondi e un visino dolce eppure furbetto. Sembrava una bambola di cera, ma molto molto più carina.

— Oh, spero che la vedremo! — esclamò Gertrude ballando sulle punte de' piedi, tanto era eccitata dal piacere.

— Eccoli! — disse Guglielmo. — Ci sono tutti e tre, come allora!

— Dove? dove?

— Là, dirimpetto, in quella grande casa di pietra. Su, attraversiamo la strada.... Ma c'è una mota!... Aspetta, ti porto. —

Prese la ragazzetta in collo e la portò fino al marciapiede opposto. True doveva ancora arrivare. I bambini aspettavano lui, alla finestra. Gertrude non era la sola che si divertisse a veder accendere i lampioni.

Oramai faceva notte, e le persone che si trovavano nelle stanze illuminate non potevano distinguere quelle ch'erano fuori; ma così Guglielmo e la sua compagna avevano maggior opportunità di guardare nell'interno della casa. Una bella casa davvero: senza dubbio v'abitava gente assai ricca. Il salotto era gaiamente rischiarato dalla viva luce d'un gran lume sospeso e dal riverbero del fulgido fuoco di carbone che ardeva nel caminetto. I sontuosi tappeti, le tende di stoffe smaglianti, i quadri in cornice dorata, i grandi specchi che riflettevano l'insieme da ogni lato, diedero a Gertrude la sua prima idea del lusso. E le comodità che si combinavano con quell'eleganza conferendole un'aria di piacevole intimità la rendevano ancor più affascinante per la povera creatura cresciuta nella miseria. Una tavola era squisitamente apparecchiata per il tè; la tovaglia damascata, candidissima, la lucida argenteria, e soprattutto la teiera di famiglia col suo placido ronzio, avevano un aspetto seducentissimo. Un signore in pantofole ricamate stava adagiato in un'ampia poltrona accanto al fuoco; una signora con una cuffietta riccamente guarnita invigilava la cameriera che finiva d'apparecchiare; i bambini, tutti sorridenti come sono i bambini felici, s'erano radunati davanti alla finestra e, ritti sopra un panchetto, guardavano in istrada.

Guglielmo li aveva descritti bene. Erano tre belle e graziose creature, specie una ragazzina, la maggiore, che toccava circa l'età di Gertrude. I capelli biondi scendenti in folti ricci lungo il collo d'una bianchezza nivea, gli occhi azzurri, le guance pienotte e rosee, i lineamenti gentili, la facevano somigliare a un cherubino. Gertrude non trovava modo d'esprimere la sua ardente ammirazione che con grida di gioia, e risa, e salti, o indicando a Guglielmo or questa cosa or quella, in confuso.

— Di', non è un amore di bimba?... Guarda che splendido fuoco!... E la signora com'è bella!... O le scarpe del signore, le hai vedute?... Che sarà quella roba sulla tavola? Qualche cosa di buono, sicuro.... C'è uno specchio sterminato.... Ah Guglielmo, che cari bambini! Vere bellezze!... —

E sempre cominciava e finiva con le lodi dei bambini. Guglielmo era sodisfatto. La sua piccola amica si divertiva quanto egli s'era ripromesso.