Fin qui il dramma. Non è nostro compito esaminarlo criticamente. Molte cose dovremmo osservare. Solamente coll’Adinolfi[702] diremo: «Il dramma non è tutto da lodare o degno di biasimo, ma ben poco da mettere in paragone delle antiche, semplici e maestose rappresentazioni anfiteatrali alle quali serviva tutta quanta la natura della costruzione dell’edificio, e che secondo la costumanza discesa dal greco teatro aveano nell’arenario le scene fisse ed in pieno, e non dipinte sulla tela, e ciò sia detto rispetto alla forma esteriore della tragedia o rappresentazione, che non recava noia alcuna con la lunga partizione degli atti, compatibile solamente nella storica tragedia, contenente talvolta l’intiera vita di un personaggio».

Le spese che importavano simili rappresentazioni, variavano secondo la maggiore o minore grandiosità degli scenari, palchi ecc., e la magnificenza nell’esecuzione. Nè mancarono persone pie le quali offrissero talvolta denaro a questo scopo; e nel libro Decretorum[703], leggiamo: «che si faccia la devozione della Passione nel Colosseo, essendo persona che per esse offerisce 60 ducati, acciò non si perda la detta devozione».

Il dramma da noi compendiato e già esposto, fu recitato nell’Anfiteatro Flavio fino al 1522. Il 23 Marzo dello stesso anno i fratelli della Compagnia ne sospesero l’esecuzione, pubblicando il seguente decreto:

«Non si faccia, conforme era solito, la rappresentazione della Passione nel Colosseo, attento periculo ob delationem armorum, cum esset difficile sine scandalo transire posse»[704].

A me sembra di vedere la causa di questo decreto nello stato turbolento in cui trovavasi Roma in quell’anno; giorni orribili, in cui la brutalità, i furti e gli omicidi dei soldati Còrsi, come pure la lotta di Renzo di Ceri coll’esercito dei Fiorentini e dei Sanesi, obbligavano i Romani a star continuamente in armi.

(In questo stesso tempo accadde un fatto, che non posso tralasciar di riferire, perchè avvenuto nel Colosseo. Un tal Demetrio greco percorse le vie della città con un toro da lui ammansito, come egli diceva, con arti magiche; e lo condusse al Colosseo per ivi sacrificarlo secondo il rito antico e a fine di placare i demoni avversi!)[705].

Nell’anno 1525 il surriferito decreto fu annullato, e si ordinò che si ripristinassero le rappresentazioni[706]: «Fu proposto che per fare la rappresentazione del Colosseo, secondo il disegno fatto, vi sarebbero occorsi di spesa almeno 250 ducati; e fu risoluto che per essere l’Anno Santo si faccia con ogni onorificenza».

Il 30 Luglio dell’anno 1525 fu stabilito che le sopraddette «rappresentazioni avessero luogo di quattro in quattro anni, onde evitare spese gravi»[707].

Nel 1531 si pensò a restaurare il palco, rimasto danneggiato nel sacco di Roma (a. 1527); e si stabilì che annualmente si spendessero 20 ducati allo scopo di «conservarlo e risarcirlo»[708].

Nel 1539 nel Colosseo ebbe nuovamente luogo la rappresentazione della Passione[709]; ma nel seguente anno (1540) cessò probabilmente quell’uso. Gli scrittori medioevali ed il Panciroli ci dicono infatti che quei drammi furono aboliti dal Pontefice Paolo III, il quale, malgrado tutte le pratiche fatte dal popolo onde perpetuare quella devozione, ne negò il permesso[710].