La cappella fu sempre dedicata al Salvatore: probabilmente nella sua primitiva erezione (perchè più conveniente all’epoca — che io ritengo antichissima — come ora procurerò di dimostrare) vi si dipinse il Salvatore crocifisso con la Vergine a piè della croce.

Questa pietosa scena potè benissimo essere rappresentata tra il VI ed il VII secolo, e a quei tempi faccio io risalire l’origine di quella cappella. Nè mancano esempî, ed uno ne abbiamo d’epoca più antica ancora, nella scatola d’avorio, cioè, che si custodisce nel Museo britannico, e che, come dice il Kaufmann, ragionevolmente possiamo dire opera del secolo V. Nei restauri posteriori vi si potè esprimere la morte del Salvatore ed il tenero dolore della Vergine più pietosamente ancora, dipingendovi, cioè, il corpo del Salvatore deposto dalla croce e giacente sulle ginocchia della sua SS. Madre: gruppo chiamato per antonomasia la pietà. Poste queste considerazioni, le due denominazioni si fondono in una. Non mi pare fuor di proposito ricordare qui quanto scrisse il Martinelli nella sua Roma ex etnica sacra[717]: «S. Salvatoris de Pietate in Campo Martio intra monasterium S. Mariae. Antiqua Urbis mirabilia referunt hic fuisse imaginem Salvatoris quae dicebatur Pietas».

Alcuni vogliono che detta cappella si fosse appellata pur anche S. Maria de Stara. Basano il loro asserto sul Registro dei possedimenti della Basilica Lateranense[718], nel quale è menzionata la chiesuola con questo nome. Io congetturo che questa denominazione non sia altro che una piccola variante del titolo della cappella, chiamandola, cioè, «S. Maria de Salvatore;» e che trovandosi questo secondo nome scritto abbreviato «S. Maria de Store» (e forse malamente scritto), abbia potuto originarsi il titolo di S. Maria de Stara.

Comunque sia è certo che l’origine di questo sacello eretto nell’interno dell’Anfiteatro Flavio dovè essere antichissima. Prima che il papa Giovanni XXII istituisse l’Arciconfraternita del Salvatore, detta di Sancta Sanctorum (a. 1332), quella cappella già esisteva. È ricordata durante il pontificato di Bonifacio VIII (1294-1303) nel registro dei possedimenti della Basilica Lateranense; ed un secolo innanzi (1192) la troviamo nominata nel libro «De Censibus» di Cencio Camerario: «S. Salvatori de Rota Colisei VI den».

Io non conosco dati più antichi: forse ricerche accurate potrebbero somministrarli. Tuttavia, l’esser certo che l’arena dell’Anfiteatro Flavio, fu bagnata dal sangue dei Martiri[719], e lo esistere un cimitero cristiano addossato all’Anfiteatro fra il VI e il VII secolo, appunto in quella parte ove internamente sorgeva la cappella del Salvatore; ed il veder questa cappella ricavata in uno dei fornici del piano terreno presso l’arena, e quindi allo stesso livello del cimitero suddetto, (livello che nell’alto medio evo andò gradatamente sollevandosi, come risultò dagli scavi del 1895)[720]; ed il trovarla finalmente registrata tra i possedimenti dell’Arcibasilica Papale, tutto ciò mi fa ragionevolmente opinare che, cessati del tutto i ludi fra il VI ed il VII secolo, presso l’arena del Flavio Anfiteatro, in prossimità della porta libitinense, donde uscirono trionfanti le spoglie insanguinate dei Martiri, si dedicasse un sacello al Re dei Martiri. E questo fu probabilmente il nucleo del cimitero, la cui necessaria esistenza fu giustamente accennata dal ch. P. Grisar[721].

Nella sua primitiva origine, probabilmente s’accedeva alla cappella dalla parte del cimitero e non dell’arena, perchè a quei tempi il muro del podio non poteva essere ancora distrutto; più tardi vi si accedette dalla parte interna: e questo fino a che rimase in essere il palco delle rappresentazioni della Passione, sotto il quale trovavasi la cappella. La porta perciò, che vediamo nella tavola del Fontana, e che dà sull’arena, fu aperta nel restauro del 1622; e ciò vien confermato nel permesso, dato dai guardiani dell’Arciconfraternita del Salvatore, di poter cavare qualche travertino per far cunei e per le porte.

Lo studio di questa cappella, che può dirsi il centro della sacra zona formata dalle chiese che attorniarono l’Anfiteatro Flavio, ci ha condotto a riconoscere, con grandissima probabilità, la massima antichità possibile della venerazione verso quel luogo consacrato dal sangue dei martiri; venerazione che i moderni ipercritici[722] vorrebbero far credere un parto del pietoso zelo di Clemente X e di Benedetto XIV. Almeno dicessero col Grisar[723]: «Furono i secoli decimo settimo e decimo ottavo che per primi (?) cercarono di AVVIVARE il ricordo dei martiri della fede cristiana fra queste solenni ruine!»

Fuori dell’Anfiteatro, dalla parte che guarda verso la via dei Santi Quattro, vi era una piazza chiamata di S. Giacomo, a causa di una chiesa ivi prossima dedicata a questo santo: «S. Giacomo de Coloseo». Ecco le parole colle quali il Mellini[724] tratta di questo sacello: «Vicino al Colosseo si vede un fenile il quale era prima la chiesa di S. Giacomo detta de Colosseo profanata quasi ai nostri giorni. A questa chiesa la vigilia dell’Assunta s’incontravano il clero lateranense e gli ufficiali del popolo romano, e quivi si risolveva il modo di fare la processione dell’immagine del Salvatore....» Era adorna di pitture, che furono copiate da Ferdinando Baudard e poi dal Guattani. Fra quelle v’era una figura colossale di S. Giacomo apostolo sedente, col bordone e un libro nelle mani[725].

Ivi sorgeva eziandio la casa dei Frangipani, la quale poi venne in dominio degli Annibaldi. Relativamente alle case degli Annibaldi de Coliseo, che dalla piazza di S. Giacomo corrispondevano entro l’Anfiteatro Flavio, ci rimangono le seguenti notizie:

Nel 1365 l’ospedale del Ss.mo Salvatore comperò per trenta ducati la metà di una casa appartenente a Cola di Cecco di Giovanni Annibaldi. «Questa casa, dice l’Adinolfi[726], era o per se sola congiunta all’Anfiteatro Flavio, o con altri suoi membri entrava perfin nel medesimo, giacchè contenendo delle sale e delle camere, allorquando Giovanni di Branca e Mario Sebastiani, guardiani della Compagnia del Gonfalone ebbero ottenuto da Innocenzo Papa VIII la licenza di poter rappresentare entro il Colosseo la sacra ed istorica tragedia della passione di nostro Signore, addimandarono questa casa alli guardiani dello spedale suddetto Ludovico de’ Margani ed Alto de Nigris, e assentendo anche i conservatori di Roma per questo unico e devoto fine glie la concedettero».