«Nell’andar direttamente per la via Maggiore seguitava, dopo il titolo Clementino, la favolosa casa di Giovanni Papa VII; e verso l’Anfiteatro Flavio per lo meno quattro altre chiesette»[738].
Il Lanciani[739] opina, e saggiamente, malgrado l’ipercritica dei moderni Bollandisti[740], che nelle vicinanze del Colosseo, oltre a varie cappelle vi fossero pur’anche sette chiese. L’opinione dell’illustre archeologo vien confermata dalle scoperte e dai documenti; le prime ci hanno rivelato la esistenza di alcuni oratorî o cappelle nelle vicinanze del Colosseo; i secondi ci hanno conservato memoria di almeno otto chiese in quel dintorno.
Fra gli oratorî che circondavano il Colosseo, merita il posto d’onore quello sacro a S. Felicita, martire romana, ed ai suoi figli. Quest’oratorio fu scoperto nel 1812.
Il primo a parlarne fu il Morcelli nel 1812, poi il Piale nel 1817; anche il Mai più volte nei suoi scritti parla di quest’oratorio; e poscia il Canova, il Nibby, il Garrucci, il De Rossi, l’Armellini, il Marucchi, il Grisar, ecc. Non è questo il luogo di descrivere ed illustrare quell’antichissimo oratorio: tanto più che le sue pitture e le scoperte ivi fatte sono state già illustrate e pubblicate da molti scrittori. Solo mi sia permesso intrattenermi alquanto sul motivo della erezione di un oratorio sacro a S. Felicita, celeberrima martire romana, in questo luogo; motivo che ha dato occasione a varie congetture.
Il De Rossi[741] propose la congettura che qui fosse la casa del marito di Felicita, di nome Alessandro; argomentando l’ignoto nome del marito da quello di uno dei figli, chiamato appunto Alessandro: e ciò lo ricava dalla greca iscrizione a graffito in una parete laterale della stanza, dove, nonostante l’incertezza della lettura, quello che al ch. archeologo sembra certo è, che vi si legga: «Alexandri olim domus erat».
Il Grisar[742], benchè dica che in mancanza di sorgenti non ci è permesso sciogliere la questione, pure a lui sembra che l’affermativa spiegherebbe meglio la venerazione delle dame Romane per questo santuario: venerazione, che viene espressa in un graffito del muro. Questa congettura però, a mio modo di vedere, incontra non poche difficoltà; e tralasciatane per brevità ogni altra, è certo che qui non potè essere la casa di una nobile matrona, quale fu Felicita, nè del suo marito, nobile anch’esso; perchè non può dubitarsi essere quest’oratorio parte dei sotterranei delle Terme di Traiano, che altro non sono se non gli avanzi della casa aurea di Nerone[743].
Altri congetturano che questo sia il luogo immediato ove la Santa ed i figli furono trattenuti per esser da quello condotti al martirio. Ma anche quest’opinione incontra difficoltà. Se la sepoltura di Felicita e dei figli fosse stata fatta sulla via Labicana o sulla Latina, non si avrebbe tanta difficoltà ad accettare il parere di quegli scrittori. Ma è certo che la sepoltura di Felicita e di sei dei suoi figli fu sulla via Salaria, e quella di Gennaro sull’Appia. Sembra adunque troppo lontano il luogo della esecuzione della sentenza capitale (che l’esperienza insegna prossimo al luogo della sepoltura) da quello ove quei Santi sarebbero stati detenuti per esser condotti al martirio.
Altri opinano finalmente che questo luogo fosse la custodia privata, ove la Santa ed i figli furono trattenuti nel tempo del processo. Ma gli atti c’indicano il luogo preciso ove il processo si svolse, e questo è il Foro di Marte: «Postera namque die, dicono gli atti, Publius sedit in Foro Martis et iussit eam adduci», e dopo essa ad uno ad uno i figli. La distanza del luogo di cui si parla dal Foro di Marte fa abbandonar la proposta congettura, senza notare che, come ogni Foro ebbe la sua privata custodia, così l’ebbe pur anche il Foro di Marte.
In questo stato di cose, sia lecito anche a me proporre una congettura, che ricavo dalle circostanze di luogo, di tempo e di costumi.
È certo che all’Anfiteatro Flavio furono non poche volte condotti i rei per esser puniti, e che anche i cristiani[744] furono là condotti, e non di rado, più per provare la loro costanza nella Fede ed indurli a rinnegarla, che per ultimo supplicio[745].