È certo eziandio che prossimo all’Anfiteatro vi dovè essere un luogo di custodia per i rei destinati a subire il supplicio nell’arena dell’Anfiteatro stesso. Ora quell’oratorio così prossimo all’Anfiteatro, nei sotterranei delle Terme, sulla strada che menava all’Anfiteatro[746], e precisamente da quella parte ove trovasi la porta Libitinense, per la quale s’introducevano i rei nell’arena, non può negarsi essere stato luogo molto adatto allo scopo. E che questo fosse veramente un luogo di custodia, lo dimostra, come nota il De Rossi[747], la pittura stessa della Martire, ove le due figure effigiate in proporzioni piccole per rispetto ai Santi, sono di carcerieri «Clavicularius carceris».
Posto ciò, non sarebbe, credo, azzardato il supporre che S. Felicita e figli fossero ivi condotti per esser poi presentati alle belve nell’Anfiteatro, almeno a provare ancora una volta la loro costanza. S. Felicita fu martire nel principio dell’impero di Marco Aurelio, quando, cioè, la plebe gridava: «Christianos ad leones!». Dopo la morte di Antonino le incursioni barbariche minacciavano l’Impero; il Tevere uscì dal suo letto, e recò gravissimi danni; Roma era in preda alla fame; la peste poco dopo devastò regioni: conveniva cercar vittime a placar l’ira degli dèi; e queste vittime furono i Cristiani. Era il grido del momento: «Christianos ad leones!»[748]. Felicita ed i figli furono tra le vittime designate.
È vero che gli atti tacciano su ciò; ma conviene osservare che questi atti sono brevissimi e semplicissimi. Essi altro non ci ricordano che l’esame e la morte dei Santi; e se questo episodio dell’Anfiteatro non lo ricordano, fu forse perchè non ebbe seguito. Dico forse non ebbe seguito, giacchè le Matrone Romane perorarono presso l’Imperatore per la loro compagna, matrona anch’essa «Inlustris»; e l’Imperatore M. Aurelio che, al dire di Dione[749], di Capitolino[750] e di Erodiano[751], aveva orrore per i ludi cruenti dell’Anfiteatro, accolse la domanda; e Felicita ed i figli furono liberati da questa prova. La scritta che leggesi sul capo di Felicita nel dipinto del nostro oratorio: «Felicitas cultrix Romanarum (matronarum)», come tutti convengono, ce ne è una conferma. Quel cultrix, numero singolare, non si può riferire alle matrone, come senza badarvi si è fatto; perchè queste sono in numero plurale. Il Garrucci vide la difficoltà, e riferì quel cultrix ad una qualunque Felicitas, devota della Santa omonima; costretto però ad aggiungervi: «votum solvit», che non gli appartiene, come anche notò il De Rossi. Secondo la mia opinione, quel cultrix esprime la gratitudine di S. Felicita verso le Matrone Romane.
Sennonchè, come nota l’Allard[752], l’Imperatore, di fronte alla grande agitazione popolare causata dal terrore superstizioso, liberando Felicita ed i figli dalle zanne dei leoni, non potè a meno di rassicurar la plebe, ordinando che il sangue destinato a placare l’ira degli dèi, invece che nell’Anfiteatro fosse sparso in punti diversi di Roma. «Leur immolation, scrisse l’Allard[753] parlando dell’iscrizione trovata nel 1732 nel cimitero di Processo e Martiniano, POSTERA DIE MARTVRORVM, eut quelque chose d’exceptionnel: ils furent les martyrs proprement dits, c’est-a-dire les victimes choisies entre tous les chrétiens pour être sacrifiées à la colère des dieux, un jour où le fanatisme, la superstition, la peur, voulurent à tout prix arroser d’un sang illustre divers points de la ville de Rome».
Il De Rossi[754] scrive che il graffito greco, ricordante un Alexandri δόμος, era scritto sull’intonaco primitivo anteriormente alle pitture cristiane; e che nel medesimo intonaco si leggevano pure in graffito: «Achillis vivas» ed altri nomi, come: «Cassidi, Maxi..., Saeculari....»; e sotto: «in de», che il De Rossi lesse: «in Deo». Da questo Egli dedusse che nei graffiti del primo intonaco si ha indizio del culto del luogo, anteriore alle pitture cristiane. E giustamente; poichè tutti sanno che la parola domus nel linguaggio cristiano ordinariamente significa oratorio, e le acclamazioni Vivas in Deo sono cristiane.
Conchiudo:
Fra gli oratori che circondavano il Colosseo, quello sacro a S. Felicita è il più antico; e se (come assai bene lo dimostrò il De Rossi) le pitture cristiane, rappresentanti la nostra Santa e i suoi figli, non sono posteriori alla metà del secolo V (443), ed il culto di quel luogo è anteriore alle pitture, dobbiam conchiudere che l’oratorio di S. Felicita e figli risale al IV secolo dell’êra volgare.
E bene a ragione fu esso il primo; giacchè quel luogo era, come si disse, la custodia per coloro che dovean essere esposti alle fiere nell’Anfiteatro: supplizio che subirono non pochi cristiani. Difatti noi troviamo qui una domus Alexandri; ed il vescovo Alessandro, sepolto ad Baccanas, fu (secondo gli atti interpolati bensì ma in sostanza veritieri)[755] esposto alle fiere nell’Anfiteatro; e così, chi sa che anche i nomi di Achille, Cassidio, Massimo e Secolare, uniti a quelle cristiane acclamazioni, non siano anch’essi, nomi di Cristiani damnati ad bestias nel Colosseo?....
Un altro oratorio fu scoperto negli scavi del 1895, fra residui di fabbriche antiche, presso la nuova via dei Serpenti. Riporterò le parole del ch. Gatti, che allora descrisse la scoperta[756]. «Sopra un muro curvilineo che trovasi alla distanza di m. 44 del Colosseo in corrispondenza delle arcate XXXXIIII e XXXXV, e costituiva l’abside di una piccola chiesa, si conserva la parte destra di una pittura a fresco, onde quella parte era decorata. Nel mezzo della composizione era rappresentata una figura seduta su ricco trono marmoreo, certamente la Vergine Maria col Bambino Gesù nel seno. Non ne rimane che una piccola parte della veste, e la fiancata sinistra del trono; il quale apparisce adorno di musaici, secondo lo stile così detto cosmatesco. Genuflessa al lato del trono medesimo è una piccola figura colle braccia sollevate in atto di preghiera. Ha il capo tonsurato, e veste una casula di color rosso puro. È il ritratto di colui che fece eseguire la pittura ad ornamento dell’oratorio. Segue l’imagine poco minore del vero, di un santo barbato, in piedi, con tunica di color cenere, stretta alla vita con una correggia di cuoio, e con corto mantello rossastro. L’abito è monastico; ed è probabile che in questa figura sia effigiato S. Benedetto. Ad essa doveva corrispondere un’altra simile figura dal lato destro del trono, ove siede la Vergine. Il dipinto è contornato da riquadrature in rosso: sulla fascia inferiore si veggono tracce di scrittura, con lettere di color bianco. La composizione e lo stile del dipinto sembrano doversi attribuire al secolo XIII o XIV.