Ridotto il Colosseo a luogo sacro, potè meglio conservarsi; e a questo fatto si deve se si salvarono dalla completa distruzione almeno le reliquie di un edifizio che fu mai sempre l’oggetto dell’ammirazione universale, ed un soggetto fecondo di profondi studî e ricerche di famosi archeologi ed architetti, i quali, come è noto, ci lasciarono interessanti lavori e saggi commenti.

CAPITOLO QUARTO. (Secolo XIX). Il Colosseo restaurato e fatti contemporanei ivi avvenuti.

Nell’anno 1805, il ch. Guattani[807] scriveva: «Qual’altra mole teatrale vi potè essere più machinosa dell’Anfiteatro Flavio? E qual vi è ora più superba ed imponente rovina? Basta vederla per non iscordarla mai più. Il pittoresco che il tempo nel distruggerlo vi ha insensibilmente introdotto, l’ha resa poi sì vaga ed interessante, che si giunge da molti a non desiderarne il restauro. Potrebbero contentarsi l’età future di vederlo nello stato presente; ma lo sfacelo si avanza a gran passi: di qua ad un secolo se ne anderà il resto dell’interior tessitura, e farà d’uopo ai curiosi di ricorrere al Serlio, al Desgodetz, al Fontana, al Overbek, al Piranesi, al Marangoni, al Maffei, al Morcelli, al Carli, ecc.».

Le previsioni del Guattani sarebbero oggi una triste realtà, se il Colosseo non fosse stato diligentemente ed opportunamente restaurato dai Papi del secolo XIX. Ai tempi infatti in cui egli scriveva (a. 1805), la venerabile mole dei Flavî trovavasi in uno stato lamentevole. Non v’era chi non prevedesse la sua prossima rovina. La caduta poi dell’intera fascia esterna dell’angolo verso il Laterano era inevitabile ed imminente.

Pio VII, amante qual fu degli antichi monumenti, non potè trascurare la più grandiosa reliquia della grandezza romana; e sollecitamente ordinò l’edificazione del solido e grandioso contrafforte, il quale, fino ad oggi, noi ammiriamo. Il portentoso ed opportuno lavoro reca giusta maraviglia ad ogni intelligente visitatore, sia per la sua solidezza, sia per l’indiscutibile difficoltà dell’impresa. Il colossale contrafforte, tutto in opera laterizia, fu infatti costruito quando le pietre ed i massi dell’edificio eran già slegati e prossimi a cadere. Il lavoro riuscì, ripeto, solidissimo, ma l’urgenza impedì all’illustre architetto di dargli (come più tardi si fece in un altro contrafforte o sperone) la forma primitiva dell’edificio.

Poco dopo il ritorno di Pio VII dal triste esilio, e precisamente nell’anno 1815, il pacifico Pontefice rivolse di nuovo i suoi sguardi verso il Colosseo, ed ordinò che si restaurasse la sua parte interna. Le cure avute dall’operoso Pontefice per le parti superstiti del nostro Anfiteatro, ci vengono ricordate dalla seguente iscrizione marmorea:

PIUS VII P. M.

ANNO VII[808]

L’esempio generoso di Pio VII fu imitato dal suo successore, il quale nell’anno 1828 fe’ edificare un contrafforte verso la Mèta Sudante. Leone XII affidò la direzione di questo lavoro all’illustre architetto romano Giuseppe Valadier, il quale fece ricostruire in opera laterizia la metà dell’arco LV ed i due archi seguenti, dando ad essi, in pari tempo, la forma e lo stile originale del monumento (V. Fig. 7ª). A perpetua memoria di questo grandioso ed utile lavoro, fu affissa l’epigrafe marmorea che dice:

LEO XII PONT. MAX.