Batton le pietre co’ lor ferrei vanni.
Ma son da la tua voce in fuga volti,
Che imperïosa questi accenti move:
Fino ai vostri odi, che già furon molti,
Ite, ch’or sacro è il loco, itene altrove».
Mercè questi grandiosi restauri, poterono pei lor fini servirsi del Colosseo i demagoghi della rivoluzione romana. L’Anfiteatro Flavio, che nel corso di tanti secoli n’avea vedute d’ogni sorta entro il suo recinto: lotte feroci e sanguinarie, vittime innocenti immolate, assalti guerreschi, dolenti e devote rappresentazioni, infami gesta di malviventi; una sola cosa non avea ancor veduta.... una scena comica... e la vide.
Il 23 di Marzo dell’anno 1848 il Colosseo fu teatro di una frenetica adunanza popolare; ed ecco come la descrive Alfonso Balleydier[813]. «Avvertito (il Popolo Romano) sino dal giorno innanzi che avrebbe luogo al Coliseo una grande riunione popolare onde deliberare sui mezzi di salvare la patria in pericolo, si reca in massa nell’arena dei gladiatori e dei martiri. Era il 23 di Marzo. Sul cielo di Roma rischiarato da bellissimo sole di primavera, non appariva un sol nuvolo; sul volto dei Romani brillante d’entusiasmo non si vedeva segno di mestizia; i soldati della guardia civica, i membri dei circoli, la nobiltà, la borghesia, i principi, gli artigiani e i proletarî, erano colà tutti in un gruppo disposto coll’istinto artistico degli Italiani: qui il domenicano colla veste bianca e il lungo mantello nero; lì il cappuccino colla barba lunga rinchiusa nel cappuccio di lana scura; di quà l’abate col piccolo manto corto ed elegante; di là gli alunni dei collegi colle sottane turchine, rosse, violette, scarlatte e bianche, formavano un mosaico umano, e accanto il militare, la cui splendente uniforme facea contrasto col semplice e pittoresco abbigliamento Trasteverino, e le donne di ogni ceto completavano il quadro somigliante ad una decorazione o comparsa teatrale. Teatro magnifico era infatti il Coliseo con le sue ruine, le grandi sue rimembranze e folto uditorio ritto sotto alle bandiere. Superbo spettacolo, momento solenne! Allora un uomo di alta statura, un prete vestito da Barnabita si avanza tra la folla che gli apre libero il passo, e in atto drammatico si dirige verso il pulpito sacro, ove due volte per settimana un povero frate di S. Bonaventura viene a narrare con lagrime e singulti alla gente del volgo i patimenti dell’Uomo-Dio. Questo prete, di andatura fiera è il principale personaggio del dramma che si prepara, è un frate ambizioso, una meschina copia di Pietro l’Eremita, è il P. Gavazzi. La parte che ha da fare gli addice e l’abito che indossa accresce l’illusione della scena. Un lungo manto nero, in cui si avvolge in atteggiamento artistico, gli copre la toga nera, stretta alla vita da una larga cintura dello stesso colore. Una croce verde, rossa e bianca gli appare sul petto; l’ampia fronte è scoperta; ha sul viso tutti i segni di un’espressione maschile e robusta; i lunghi capelli neri disciolti gli scendono sul collo; ha uno sguardo da ispirato, gesto armonioso, voce sonora. Eccolo a predicare la crociata dell’indipendenza italiana»......
Terminata l’entusiastica arringa del P. Gavazzi, sale il sacro pulpito, divenuto tribuna politica, un contadino di nome Rosi; dopo il quale parlarono il Masi, segretario del principe di Canino, poi un giovane prete, il general Durando, un frate Conventuale francese, di nome Stefano Dumaine, il general Ferrari e finalmente lo Sterbini. Non è qui il luogo di narrare tutti i colpi di scena che in quella giornata vide svolgersi nella sua arena l’Anfiteatro Flavio. Bastami aver accennato il fatto.
Dopo il proprio consolidamento, il Colosseo incominciò ad offrire grato spettacolo ai Romani ed ai forestieri colla fantastica illuminazione delle sue rovine a fuochi di bengala. La prima volta, per quanto io sappia, fu nel 1849, allorchè il 21 di Aprile, la Repubblica Romana, per festeggiare il Natale di Roma, fece illuminare a bengala tutti i monumenti, dal Campidoglio al Colosseo[814]. Questa festa fu descritta dal cav. Pompili-Olivieri nell’opera «Il Senato Romano nelle sette epoche di svariato governo, da Romolo fino a noi»[815], in questa guisa: «Il governo fece illuminare il Foro Romano, gli archi trionfali che vi esistono e tutti gli avanzi della basilica di Costantino (creduta da alcuni il tempio della Pace) e dell’Anfiteatro Flavio. Vi furono ancora copiosi fuochi di bengala, che ne’ magnifici archi, specialmente del Colosseo, facevano un effetto veramente magnifico. Nel mezzo dell’arena del Colosseo rallegravano la moltitudine i concerti musicali, ed il canto degli inni patrî riscaldava mirabilmente lo spirito del partito liberale, il cui grido di Viva la Repubblica eccheggiava sonoro nelle grandiose vôlte dell’immensa mole. Non mancarono fra gli applausi oratori estemporanei che rammentavano al popolo le vetuste glorie di Roma ed infervoravano al suo governo repubblicano».
La fantasmagorica scena del Colosseo, rischiarato da quella luce variopinta, piacque tanto, che da allora invalse l’uso, e si conserva tuttavia, di ripeterla in fauste circostanze, come, ad esempio, per la venuta in Roma di Principi esteri o per una straordinaria affluenza di forestieri nell’alma Città: talchè può dirsi non passi anno che il Colosseo non venga illuminato a bengala. L’effetto dell’illuminazione, contemplata specialmente dalla cavea, è mirabile: sembra di assistere all’accensione di un cratere vulcanico. Molti però a questa viva luce, preferiscono il pallido chiaror della luna, alternato dalle nere ombre delle rotte vôlte e degli sfondi delle grandi arcate.