CAPITOLO QUINTO. Scavi eseguiti nell’Anfiteatro Fiavio dal 1810 sino ai nostri tempi.
Prima d’incominciare la narrazione degli scavi regolarmente eseguiti nell’Anfiteatro Flavio a fin di studiarlo e conoscerlo in tutte e singole le sue parti, mi si permetta di ricordare un tentativo, quasi direi preistorico, fatto nel secolo XV.
Nell’«Excerpta a Pomponio, dum inter ambulandum cuidam domino ultramontano reliquias ac ruinas urbis ostenderet», il cui testo genuino fu rinvenuto dal De Rossi nel codice Marciano latino[822], e divulgato negli Studi e Documenti di Storia e Diritto[823]; al f. 25º si accenna «a scavi, nel corso dei quali furono scoperte le cloache che solcano in vario senso il substrato dell’Anfiteatro, come pure il largo marciapiede che lo attorniava, scoperto nuovamente nel 1895»[824].
Gli scavi intrapresi nel Colosseo dal Governo Francese, rappresentato dal barone Daru, Intendente della Corona, furono fecondi di buoni successi. Si lavorò indefessamente per lo spazio di quattro anni circa: la direzione degli scavi fu affidata al famoso architetto romano Valadier, e lo sterro dell’arena si eseguì con inappuntabile regolarità. Fu allora che si rinvenne il podio, il passaggio di Commodo, gli ipogei dell’arena, ecc. Questi ultimi consistevano in tre pareti concentriche al podio, delle quali la più vicina a questo era formata da una serie di pilastri egualmente distanti fra loro; in due ambulacri racchiusi dalle dette pareti, ed in altri cinque ambulacri centrali, tre rettilinei e due mistilinei, i quali fiancheggiavano quattro serie di bottini o pozzi, come più piace chiamarli, che, per la loro uniforme regolarità, indicavano d’essere stati fatti per uno scopo determinato (V. Fig. 8ª).
Fig. 8.ª
La costruzione di questi muri appartiene evidentemente ad epoche diverse; giacchè mentre alcune parti sono d’opera quadrata di massi regolari di travertino e tufo, nell’insieme presentano quella costruzione irregolare (formata di pietre e laterizio), che apparisce sovente negli edificî dei tempi della decadenza. La varietà di costruzione e la promiscuità di materiali usati in una stessa opera, furono l’origine di vivaci dispute e di disparate opinioni fra i dotti, le quali noi per ragion di storia riporteremo in succinto, ed esporremo in fine il nostro parere.
Vi fu chi opinò che quelle costruzioni fossero coeve all’Anfiteatro o del tempo di Tito, e che poscia fossero state risarcite da Basilio. Altri le giudicarono dell’epoca dei Frangipani. Altri finalmente opinano nè esser quelle contemporanee all’edificazione dell’anfiteatro nè dell’età di mezzo, ma della fine del secolo II o degl’inizî del III. La prima opinione fu difesa dal Bianchi, coadiuvato nella parte archeologica dal Prof. Lorenzo Re, i quali basarono la loro tesi:
1º Sulle regolarità dei pozzi, donde, dissero, uscivano le gabbie che racchiudevano le belve.