Ah trepidi quoties nos Descendentis arenae

Vidimus in partes ruptaque voragine terrae

Emersisse feras!

Il Lanciani, come altrove dicemmo, opina che, almeno fino dal principio del secolo III, l’arena lignea fosse pensile sulle proprie sostruzioni; ed aggiunge[831] che «Pausania nel cap. 12 delle ΗΛΙΑΚΩΝ § 4, registra fra le grandi opere di Traiano in Roma, καὶ Θέατρον μέγα κυκλοτερὲς πανταχόθεν[832], cioè l’Anfiteatro Flavio. Dalla quale inesatta asserzione del geografo alcuni hanno voluto trarre indizio di restauri avvenuti sotto l’impero dell’ottimo Principe, dei quali non si ha altrimenti notizia. Il Nibby R. A. I, 421, suppone che Traiano abbia costruito gli ipogei dell’arena, ma questa è supposizione gratuita[833]. Sul piano dell’abaco di un capitello a foglie d’acqua, caduto dal vertice dell’Anfiteatro in fondo all’arena, rimangono le casse di nove lettere di metallo, alte m. 0,37 spettanti ad iscrizioni monumentali:

«Il capitello, prosegue, è dei tempi bassi: e non reca maraviglia il vederlo scolpito con masso di marmo appartenente a più antico edifizio, forse all’arcus divi Traiani della region prima, le spoglie del quale servirono ad abbellire il vicino Arco di Costantino»[834].

Il Canina, finalmente, congettura che la costruzione dei muri degli ipogei suddetti sia dell’epoca di Severo Alessandro.

Alle varie opinioni già esposte mi sia lecito aggiunger la mia.

La sostruzione dell’arena è talmente necessaria ad un anfiteatro, che se questo ne fosse privo, perderebbe, quasi direi, la sua speciale caratteristica. Immaginare infatti un edificio anfiteatrale senza gl’ipogei dell’arena, sarebbe lo stesso che immaginar un corpo animato senza gli organi interni. La vita, dirò così, dell’anfiteatro si svolgeva negl’ipogei, e si manifestava sull’arena; e non mi sembra plausibile l’opinione o la supposizione che Vespasiano abbia voluto erigere il suo celeberrimo Anfiteatro senza l’arena sostrutta. Poteva per avventura mancare nell’Anfiteatro per eccellenza, costruito in pietra, e, giusta l’idea d’Augusto, media urbe, ciò che ebbero fino i temporanei che lo precedettero? Petronio, scrittore dei tempi Neroniani, dice: «non taces gladiator obscoene, quem de ruina arena dimisit?» e poco dopo: «ergo me non ruina terra potuit haurire . . . . . . . . aufugi iudicium, arenae imposui»[835].