Nella parte inferiore delle nicchie si vedono addossate ai piloni per tutta la loro profondità due piccole spalle, sulle quali son gettate volticelle a sesto scemo, terminate in fronte da archi. Le vôlte, l’estradosso delle quali trovasi ora al piano inferiore delle mensole, otturano, per la metà circa, l’altezza delle aperture ora descritte nel fondo delle nicchie. La costruzione laterizia dei piloni e del fondo delle nicchie è dell’epoca di Vespasiano, e quindi contemporanea all’edificazione del monumento; mentre la costruzione degli archi scemi, delle piccole spalle e della ripresa delle vôlte è discreta anch’essa, ma d’epoca posteriore a quella dei Flavî.

Sarei di parere che il taglio nella parte superiore delle nicchie e le volticelle sceme con le loro spalle riportate, sia un lavoro eseguito contemporaneamente ai pilastri di opera quadrata di tufo, per formare dietro di essi un passaggio.

Che le trentadue nicchie appartengano alla primitiva disposizione della parte infima dell’Anfiteatro, oltre alla costruzione dei muri, ce lo manifesta quella serie di pilastri che noi vediamo costruiti di massi di tufo, collegati fra loro con architravi della stessa materia, i quali, a breve distanza dalle mensole, si ergono fin quasi al piano attuale dell’arena, disposti con regolarità fra loro, ma con nessuna rispetto alle mensole stesse ed ai piloni retrostanti; dichiarandoci quei pilastri, col complesso di tutte le circostanze concomitanti, che essi furono costruiti posteriormente ai piloni, e che questi e le mensole avevano a quel tempo perduto il loro scopo.

Io congetturo pertanto che, ai tempi di Vespasiano, sopra i mensoloni fossero collocate orizzontalmente attorno attorno delle grosse travi, sulle quali e sui muri di opera quadrata degli ipogei riposassero altre travi che sostenevano il tavolato dell’arena. Posta la mia supposizione, detratte dal dislivello che v’è tra il piano delle mensole e quello dell’arena attuale (che è il medesimo dell’antica rialzata) le grossezze delle travi e del tavolato, ne segue che il livello dell’arena primitiva era più basso di quello dell’arena posteriormente rialzata, di circa due metri, e che l’ipogeo ebbe in origine un’altezza di circa tre metri e mezzo[838]. E siccome il podio nella sua primitiva costruzione non fu più basso di quello che ora lo vediamo (poichè i muri che sostengono la gradinata del podio suddetto e le scale che conducevano al ripiano dei senatori, sono di assoluta costruzione Vespasianea); così dovrà concludersi che il ciglio superiore del parapetto del podio all’epoca dei Flavî distava dal piano dell’arena di circa sette metri.

Disposte le cose in tal maniera, risulta pure che gli archi impostati su i piloni rimanevano quasi del tutto fuori del livello dell’arena; ed io credo che questi, muniti di grate, servissero verosimilmente a doppio scopo: tanto, cioè, per dar luce all’ipogeo, quanto, e principalmente, nell’esecuzione delle naumachie come a suo luogo vedremo.

Le incavature poi, che appariscono nella fronte dei piloni fra le mensole dovettero servire, come giustamente osservò il Gori, a ricevere le travi che sostenevano la grande rete.

Un rozzo graffito antico (V. Fig. 10ª) rinvenuto negli scavi eseguiti nel 1874 dal Comm. Rosa negl’ipogei dell’arena, ha tutto l’aspetto di una rappresentazione della fronte primitiva del podio. Così anche parve al Gori[839], e corrisponde, quasi direi, a capello col risultato dei miei ragionamenti. È questo un frammento di lastra marmorea su cui si veggono in graffito, una presso l’altra, cinque arcate di un sesto poco inferiore al semicircolo, munite d’inferriate; sopra queste vi sono pure in graffito linee che formano una transenna enorme relativamente agli archi sottoposti; e sembra che in essa si sia voluto rappresentare, in modo rozzamente convenzionale, la grande rete del podio. Al di sotto delle arcate poi rimane la parte superiore di due figure, le quali ci ricordano probabilmente i bestiarî. La riproduzione che presento a Fig. 10ª è tratta dall’opera del Gori.

Fig. 10.ª