Per ciò che riguarda il piano dell’arena, esso fu evidentemente rialzato. Noi non sapremmo precisare l’epoca; ma possiamo con ogni certezza affermare che ciò avvenne dopo il regno di Domiziano. Pausania, nell’elenco delle opere fatte da Traiano, dice: «theatrum magnum undequaque rotundum», ossia l’Anfiteatro Flavio. Varî scrittori, basandosi su questo passo, opinarono che l’arena fosse stata rialzata da quell’Imperatore. Ed invero, la serie di pilastri di opera quadrata di pietra tufacea, che noi vediamo disposti regolarmente a brevissima distanza dal primitivo muro di perimetro dell’ipogeo (la cui costruzione ben s’addice ai tempi Traianei), e la riflessione che, abbandonata dopo la morte di Domiziano l’idea della naumachia nell’Anfiteatro, si fosse ben presto pensato a sollevare il piano dell’arena, troppo profondo, affinchè gli spettatori potessero godere completamente le rappresentazioni gladiatorie e venatorie, sembrano favorire l’opinione di quei dotti.
L’espressione di Pausania però è troppo ampia, e fuor di questa, come osserva il Lanciani, non se ne ha altrimenti notizia. Comunque sia, dal complesso delle cose a me pare che l’arena prima dell’incendio avvenuto nel regno di Macrino già fosse rialzata.
Molte parti dei muri dell’ipogeo si vedono risarcite in opera laterizia di un carattere conveniente agl’inizî del secolo III. Questi restauri furono fatti probabilmente da Eliogabalo e da Severo Alessandro, dopo l’incendio. Vi si ravvisano poi evidentemente le riparazioni eseguite nel secolo V da Teodosio II e Valentiniano III, ed i restauri fatti da Teodorico sul principio del secolo VI.
L’idea finalmente proposta da alcuni, i quali vorrebbero che anche i Frangipani abbiano fatto dei lavori nell’ipogeo, non mi pare possa avere fondamento. All’epoca dei Frangipani l’arena era la piazza del castello: ora perchè questa piazza fosse ben livellata non occorreva altro che interrar gl’ipogei!...
Scoperta l’arena, si volle ricercare l’antica cloaca che dall’Anfiteatro portava le acque al Tevere, passando per la valle del Circo Massimo. Il lodato Fea[840] oppugnò questo progetto per essere, dice, «in esecuzione difficilissimo e costosissimo per tanto tratto di strada». Ideò invece di ripristinare la Mèta Sudante, e rendere con quell’acqua e relativa costruzione di fontane un vantaggio ai cittadini di quel rione. La spesa, secondo i calcoli del Fea e del muratore Lezzani, sarebbero state tenuissime; grande invece l’utilità pubblica.
Nessuno di questi progetti fu messo in esecuzione; anzi nel 1814 il Governo ordinò di ricoprire gl’ipogei, eccettuandone il passaggio di Commodo.
Nel 1874, ad istanza del Comm. Rosa, si ripristinarono gli scavi nel Colosseo[841].
A settentrione, sotto il podio, tornarono in luce i tre ambulacri circolari, già scoperti dal Valadier; ed il Gori[842] s’affrettò anch’egli a dare il suo giudizio sull’epoca di quei muri. «Questa costruzione, dice, che poco si adatta colla regolarità usata nelle fabbriche del primo impero, dimostra che gli ambulacri vennero edificati dopo il terremoto del VI secolo (?), in un’epoca cioè in cui erano in decadenza, per la irruzione dei barbari, tutte le belle arti» (V. Fig. 8ª).
Da quel che sopra si è detto giudicherà il lettore quanto sia giusto il parere del Gori!...