Il quarto graffito[848] rappresenta l’arena divisa in due parti. Nella prima parte scorgesi un bestiario armato di lancia e lottante con due orsi. Nella seconda, una fiera che trascina una corda, porta un palo al petto e s’azzuffa con un’altra belva sciolta; mentre l’arenario, appoggiando il piede destro sul dorso di una fiera, è per colpire con la lancia un’altra belva fuggente.
Il quinto graffito, fatto in un masso di cipollino, rappresenta un atleta, il quale colla destra stringe una palma, simbolo della vittoria[849], e sul petto gli scende una doppia collana[850], torques gladatoria, da cui pende un ciondolo[851] simile a quello che vedesi nel cippo di Batone. Al sommo della pietra è scritto [FELICI] TER. L’atleta è del tutto nudo, tranne il subligaculum, i calzari, ed alcune fasce alle ginocchia. La figura fu incisa con grosso chiodo: ricordando il PINGIT ZOZZO della Domus Gelatiana, direi, col Prof. Correra[852] che questa figura e le altre sono scariphatae.
Nel sesto marmo v’è disegnata la testa di Diana, adorna di diadema e con frecce in mano.
I diversi sterri ci restituirono finalmente una pietra, in cui è incisa «una grossa palma, ed altrove, fra alcune palme, leggonsi dei nomi di gladiatori od atleti come: HONORVS, QVINTIVS, sormontati dal busto, e vi si scorge l’avanzo di una cartella ansata con le sigle
che potrebbesi leggere PALMA VICTORI FELICITER; e finalmente il nome di VINDICOMVS»[853].
«Il Comm. Rosa, onde meglio far vedere le vesti, i calzari, le armi, le fisonomie dei gladiatori, ecc., dipinse a nero l’incavo dei singoli rilievi»[854].
Più tardi si scavarono le cavee delle fiere, e vennero scoperti gli ambulacri della parte meridionale degl’ipogei dell’Anfiteatro; e si misero a nudo le costruzioni laterizie e di tufo, nonchè le mensole di travertino, simile a quelle del lato opposto. Oltre a ciò si rinvennero altri capitelli e rocchi di colonne; nello stanzone poi che trovasi a destra del cripto-portico orientale, e in due ambulacri dell’arena furono trovate varie tavole di legno, le quali «o sono residui di macchine o vi furono poste per togliere l’umidità del pavimento»[855].
Nell’ambulacro centrale, finalmente, si rinvennero grosse e lunghe travi, rafforzate da travicelli messi a traverso, ora del tutto scomparse.
Nell’Iconografia del suddetto Gori vediamo disegnate alcune costruzioni che attualmente non esistono. Questa mancanza si deve al direttore di quegli scavi, il quale «troncò quei muri, credendoli più recenti; spezzò i massi di tufo che trovò rovesciati al suolo, e li asportò dall’Anfiteatro»[856].