Essendo Ministro della Pubblica Istruzione il Prof. Guido Baccelli, s’intrapresero, di concerto coll’amministrazione comunale di Roma, grandiosi lavori di sterro[857], onde la parte esterna e più conservata dell’Anfiteatro Flavio possa essere ammirata in tutta la grandezza delle sue proporzioni e nella magnificenza della sua architettura.
Gli scavi s’incominciarono sulla piazza che guarda la via di S. Giovanni in Laterano, e precisamente dal punto corrispondente all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro; e furono continuati, per una zona larga circa trenta metri, tutt’attorno al monumento. Questi lavori diedero risultati di non lieve importanza; giacchè tornarono in luce cinque degli antichi cippi terminali, dei quali già parlammo nella PARTE I, cap. III; il lastricato di pietra tiburtina, che girava intorno all’Anfiteatro e che costituiva una zona annessa al lastricato stesso; nonchè il primitivo pavimento stradale, formato di poligoni di lava basaltina.
«A Nord dello stesso Anfiteatro, sul declivio dell’Oppio, avvenne poi un’altra importante scoperta. Alla distanza di m. 18 dal Colosseo e allo stesso livello di questo, tornò in luce la strada che dalle Carine dirigevasi al Celio, seguendo il corso della moderna via Labicana. A Nord della strada rimane una serie di pilastri, costruiti in buon laterizio, le cui basi poggiano sopra un grande masso rettangolare di travertino. Sono decorati da mezze colonne, parimenti costruite con cortina laterizia; ed in origine erano collegati da arcuazioni delle cui imposte restano tuttora alcuni avanzi. Cotesto porticato, la cui costruzione presenta i caratteri propri delle fabbriche della seconda metà del primo secolo, trovasi sopra una linea parallela all’asse maggiore dell’Anfiteatro, ed il suo punto medio corrisponde (quasi) all’ingresso dall’estremità settentrionale dell’asse minore»[858].
Dopo gli scavi testè descritti, nessuna importante esplorazione, che mi sappia, è stata intrapresa nel Colosseo.
PARTE IV. CONTROVERSIE SULL’ANFITEATRO FLAVIO.
CAPITOLO PRIMO. Quest. 1.a — Nella dedicazione dell’Anfiteatro Flavio, ove si celebrarono le naumachie?
Prima di rispondere a questo quesito e di presentare al lettore le varie opinioni su questa scabrosa questione, mi sia lecito premettere che ai tempi di Domiziano, fratello e successore di Tito, l’Anfiteatro Flavio fu positivamente inondato, vi si fecero giuochi nell’acqua, e vi si diedero indiscutibilmente battaglie navali. Gli epigrammi XXIV, XXV, XXVI e XXVIII del libro Spectaculorum di Marziale, e le parole di Suetonio[859] non ammettono obiezioni di sorta[860]. Ciò premesso, diciamo:
Nelle solenni feste augurali date da Tito in occasione della dedicazione della venerabile mole dei Flavî, l’arena anfiteatrale fu inondata, e vi si eseguirono naumachie. Il fatto lo deduco dalla narrazione di Dione[861] il quale scrisse: «E dedicando il teatro venatorio ed il bagno che porta il suo nome, diè (Tito) molti spettacoli e straordinarî. E molti gladiatori pugnarono a duello, molti in truppa in battaglie terrestri e navali: conciossiachè avendo fatto riempire all’improvviso quello stesso teatro di acqua, v’introdusse cavalli e tori, ed altri animali mansueti ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra e v’introdusse sopra barche anche uomini, e questi ivi combatterono divisi in Corintî e Corciresi»[862].
La testimonianza di Dione trova un’eco nell’epigramma XXVIII di Marziale[863]. Qui il poeta cesareo esalta enfaticamente l’Anfiteatro-naumachia dei Flavî, dicendoci che in questa Mole si fecero tali giuochi in acqua che nè nella naumachia d’Augusto nè nel Fucino nè negli stagni neroniani si sarebbero potuti eseguire. Oltre alla corsa di carri e alle battaglie navali, egli novera il manovrar dei quadrupedi entro l’acqua, ed aggiunge che le dee marine Teti e Galatea avean veduto fra le onde della Flavia naumachia, bestie a loro ignote:
. . . . vidit in undis