Et Thetis ignotas et Galatea feras;
le quali altre non furono che «i cavalli e tori ed altri animali mansueti, ammaestrati a fare entro l’acqua tutto ciò che erano assuefatti a fare sulla terra», come appunto ci dice Dione.
Sebbene i citati autori siano sufficientemente chiari nei loro scritti, nondimeno alcuni, ad es., il Marangoni ed il Gori, basandosi sul silenzio di Suetonio relativamente ai giuochi navali dati da Tito nell’Anfiteatro in occasione delle feste inaugurali di quel monumento, han dubitato dell’asserzione di Dione. Il primo[864] sostiene che la battaglia navale rappresentata in Roma nella dedicazione del Colosseo ebbe luogo unicamente nella vecchia naumachia; che l’inondamento dell’Anfiteatro ed i giuochi, ivi dati nell’acqua e narrati da Dione, furono eseguiti in altro tempo; e termina (vedremo con quanta poca saggezza) rinnegando l’autorità del greco storico. Nè è facile comprendere come egli (il Marangoni) abbia potuto riferire l’ibidem di Suetonio[865] all’Anfiteatro, quando lo stesso Dione ci attesta che, per dar nella vecchia naumachia ludi gladiatorî e cacce, una parte del lago[866] fu coperta con tavolato e circoscritta da steccati di legno.
Il Gori[867] s’oppone parimenti al passo di Dione, ed asserisce che Tito non fè eseguire i giuochi navali nell’Anfiteatro, sibbene e solamente nella vecchia naumachia. Impressionatosi egli della piccolezza dell’arena inondata; pensando non esser possibile che in essa vi si potesse rappresentare il famoso combattimento navale descritto da Tucidide, il quale ebbe luogo nel golfo di Ambracia tra le flotte dei Corintî e dei Corciresi; e credendo che nel nostro Anfiteatro vi si fosse dovuta non imitare ma rappresentare assolutamente al vero la summenzionata battaglia, viene a questa conclusione: «È dunque assai più probabile il racconto di Suetonio: che, cioè, Tito facesse eseguire tutti i combattimenti navali nella vecchia naumachia alimentata dall’acqua alsitina nella valle di S. Cosimato in Trastevere».
Il dubbio mosso dai citati scrittori non mi pare fondato; primieramente, perchè il loro argomento è negativo, e quindi non ha valore; secondariamente poi, perchè nel passo di Suetonio quell’aggettivo applicato a munus in grado superlativo — largissimumque — ha tale estensione da poter abbracciare i ludi gladiatorî, navali e molto più. Che poi Tito abbia data in quella solennità una battaglia navale nel Nemus Caesarum, ossia nella vecchia naumachia, non esclude che quel Cesare l’abbia pur data nell’Anfiteatro: anzi da quell’ET (etiam) navale praelium in veteri naumachia potremmo forse dedurre che la mente di Suetonio sia stata appunto quella di volerci indicare che, oltre alla battaglia navale eseguitasi nella vecchia naumachia, ne fosse stata data un’altra nell’Anfiteatro Flavio, benchè in proporzioni tanto piccole da lasciarla sottintesa. Ed invero: le lotte gladiatorie e le cacce di belve, date nella suddetta naumachia di Augusto, adattate all’uopo in quella circostanza, escludono forse il munus apparatissimum (almeno gladiatorio e venatorio), che, per testimonianza dello stesso Suetonio, si diè nell’Anfiteatro?
Il parere del Nibby[868] conferma la mia opinione. Ecco quanto egli scrive a questo riguardo: «Dione serve di chiosa e dilucidamento a Suetonio, e fa conoscere che questo scrittore non tenendo conto del combattimento navale dato nell’Anfiteatro alluse a quello dato nel Nemus Caesarum colla frase in veteri naumachia, giacchè ivi come notossi fu la naumachia scavata primieramente da Augusto...... Quanto poi al combattimento navale dell’Anfiteatro fu una vera parodia di quella de’ Corintii e Corciresi, descritta da Tucidide»[869].
In conclusione: l’esplicita testimonianza di Dione, l’allusione di Marziale[870] e lo stesso silenzio di Suetonio, il quale con ogni verisimiglianza può contenere un velato accenno, ci costringono a ritenere che nelle feste d’inaugurazione date da Tito, l’Anfiteatro Flavio fu inondato e vi si celebrarono naumachie.
Che nella naumachia di Augusto si eseguissero in quella stessa circostanza battaglie navali, non v’ha dubbio. Gli storici antichi ce l’attestano concordemente. Nella dedicazione dell’Anfiteatro, dunque, si celebrarono giuochi in acqua tanto nella vecchia naumachia quanto nell’Anfiteatro; anzi quelli celebrati in quest’ultimo superarono, se non nella grandiosità nella singolarità, quelli eseguiti nella naumachia di Augusto; tanto che Marziale potè esclamare dell’Anfiteatro Flavio: «hanc unam norint saecula Naumachiam».
Sennonchè, se è vera la narrazione di Dione e quanto si deduce da Marziale, l’Anfiteatro dovette fin dall’origine essere stato costruito in modo da potervi dare all’occorrenza giuochi in acqua!.... Interroghiamo il monumento, e la sua risposta o smentirà Dione o lo sosterrà.
Abbiam veduto nella Parte III, cap. V, come l’arena dell’Anfiteatro Flavio fu stabilmente sostrutta fin da principio, e che il suo livello, in origine più basso, fu poscia[871] sollevato. Abbiam veduto che il tavolato dell’arena primitiva con la sua armatura in legname poggiava sulle mensole di travertino che sporgono dai piloni, dei quali è fornito il muro di perimetro dell’ipogeo, rimanendo perciò il suo piano ad un livello più basso di circa due metri da quello dell’arena rialzata; e deducemmo, per legittima conseguenza, che dalla soglia delle due porte[872] vi dovette essere un piano inclinato per discendere nell’arena.