Abbiam veduto che gli archi[873] impostati su quei piloni rimanevano fuori del piano dell’arena poco meno della lunghezza del raggio. Osservammo che nella parete di fondo di ciascuna di quelle nicchie, dal piano superiore delle mensole in giù, v’era un’apertura rettangolare a guisa di piccola finestra. Riscontrammo che le volticelle a sesto ribassato, le quali tagliano a metà le nicchie, furono costruite posteriormente, e che, in origine, eran queste vuote dal piano dell’ipogeo alla loro cima (V. Fig. 9ª).
Nello studio del sotterraneo dell’arena osservammo uno speco (V. Fig. 11ª)[874], il quale è situato sotto il pavimento del cripto-portico (Tav. V, lett. K), e si eleva al di sopra del piano dell’ipogeo; si vide che il sistema di cloache per lo smaltimento delle acque e delle immondezze si trova sotto il piano dello stesso ipogeo; e che tutte quelle cloache vanno a far capo ad una di maggiori dimensioni, la quale gira attorno all’Anfiteatro[875]. Da questa cloaca dovette certamente partire un braccio che andava a scaricare le acque nel grandioso collettore emulo della cloaca Massima, il quale corre a piè del Palatino, lungo la via che dall’Arco di Costantino conduce a S. Gregorio[876].
La semplice esposizione della struttura della parte infima dell’Anfiteatro mi sembra renda più che manifesto il pensiero di Vespasiano: d’aver voluto, cioè, costruire la sua mole in modo che si potesse a piacimento inondare. Lo speco anzidetto, come lo persuade la sua orientazione e la sua elevazione rispetto al piano degl’ipogei, fu con tutta probabilità destinato ad introdurre in questi un grosso volume d’acqua, a tale scopo derivando dal castello di divisione, situato sulla piazza della Navicella (per intero od in parte), la quantità della Claudia condotta dal ramo celimontano, il cui speco è largo m. 0,716, alto m. 1,633 fino all’imposta della volticella, che ha m. 0,445 di freccia[877].
Fig. 11.ª
Sul sito preciso di questo castello non può cader dubbio, avendolo il Cassio individuato matematicamente con due coordinate — 90 passi dal portone di S. Stefano Rotondo, e 30 dall’arco di Dolabella. — Questo dotto scrittore ragiona diffusamente del castello suddetto nella sua opera Corso delle acque antiche[878]. Ecco le parole con cui intitola il capitolo: «Degli archi, sui quali condusse Nerone la Claudia sul Celio diramandone un rivo allo stagno dell’aurea sua casa. Questi non furono opra di Claudio. Delli bassi; si mostra il Castello non osservato da moderni antiquari». Di questo lungo capitolo recherò in NOTA i tratti che più c’interessano[879].
Se il Cassio avesse potuto vedere quello che fortunatamente abbiam veduto noi, lo sbocco, cioè, di quel sotterraneo condotto all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro dalla parte del Laterano, ad un livello superiore al piano dell’ipogeo dell’arena; si sarebbe risparmiato l’improbo lavoro della ricerca di pozzi e conserve nell’altipiano artificiale dell’orto dei religiosi del convento de’ Ss. Giovanni e Paolo, per l’inondazione dell’Anfiteatro Flavio; ed avrebbe senza dubbio ritenuto con noi che Vespasiano, il quale risarcì appunto il condotto della Claudia, si servì dello speco neroniano, che prima conduceva quell’acqua allo stagno, per l’inondazione della sua magnifica mole.
Il Lanciani[880] giustamente nega che questo speco fosse (come si credè quando apparve negli scavi del 1874) l’emissario dei sotterranei dell’arena; ed io convengo pienamente con lui, ed ammetto che le acque vi dovettero correre «dal Celio verso il bacino del Colosseo». Convengo eziandio col ch. archeologo che quello speco abbia servito per uso dello stagno neroniano; ma credo in pari tempo che servisse ancora alla condotta delle acque per l’inondazione dell’Anfiteatro; imperocchè nell’edificazione della Mole Vespasianea lo speco non venne distrutto: ciò che si sarebbe fatto, se più non serviva, a fine di evitare il considerevole ed incomodo dislivello tra il piano del criptoportico e quello delle due lunghe stanze adiacenti e del rimanente degli ipogei.
Quel che più poi mi conferma in questa opinione, si è l’orientamento simmetrico di questo speco rispetto all’Anfiteatro; la qual cosa ci costringe a ritenere o che Vespasiano orientasse l’Anfiteatro relativamente allo speco, o che, con un nuovo braccio, torcesse l’antico andamento di questo per farlo riuscire come ora lo vediamo, vale a dire all’estremità orientale dell’asse maggiore; restando sempre comprovato da quel fatto che Vespasiano si servì dell’antico speco per l’inondazione dell’Anfiteatro. Anzi sarei di parere che appunto lo speco che conduceva la Claudia allo stagno di Nerone, dove si designò d’erigere l’immensa mole, sia stato ii movente nella mente di Vespasiano di un teatro-naumachia.