Il popolo ritraeva grande sollazzo dall’assistere a quest’ultima pena, e bramava tanto di vedere un tale spettacolo, che, come ce l’attesta Tertulliano[915], per il più piccolo motivo domandava ai magistrati che si gettassero i Cristiani alle fiere: «Si Tiberis ascendit in moenia, si Nilus non descendit in arva, si coelum stetit, si terra movit, si fames, si lues; statim Christianus ad leonem acclamatur». Il popolo romano avea, a tale riguardo, privilegi speciali. Nel Digesto leggiamo: «Ad bestias damnatos favore populi praeses dimittere non debet: sed si eius roboris vel artificii sint, ut digne populo romano exhiberi possint, principem consulere debet»[916].
Ai tempi dell’Impero i cittadini romani erano esenti per legge dalla damnatio ad bestias; i Cristiani però furono ben presto condannati a quella pena, qualunque si fosse la loro condizione. Così, ad esempio, in Lione nell’anno 177, reclamante populo, fu condannato ad bestias un Cristiano il quale era cittadino Romano. Gli stessi Imperatori si dilettavano di siffatte condanne; e di Caligola si legge che un giorno, non essendovi in pronto rei da darsi alle fiere, fè prendere alcuni spettatori, e, sospintili nell’arena, diè compimento allo spettacolo. E quanto più prendevan voga i giuochi anfiteatrali, tanto più gli Imperatori cercarono di trovar materia onde più frequentemente celebrarli; e fra i condannati ad bestias vennero annoverati i parricidi, i fratricidi e i rei di lesa maestà: «Etsi antea insuti culleo in mari praecipitabantur, hodie tamen vivi exuruntur vel ad bestias dantur»; e dei rei di lesa maestà leggiamo: «Hi antea in perpetuum aqua et igni interdicebantur; nunc vero humiliores bestiis obiiciuntur, vel vivi exuruntur»[917].
Dagli scritti di Tertulliano e di altri scrittori apprendiamo che, alla fine del secondo secolo, le pene da subirsi dai Cristiani erano determinate dall’arbitrio dei magistrati; ma il fatto ci ha dimostrato che fra quelle non era ultima la «damnatio ad bestias». Onde il condannato venisse meglio dilaniato dalle belve, legavasi ad un palo; e perchè gli spettatori meglio lo vedessero, il palo collocavasi in un punto alquanto elevato. Così leggiamo di S. Policarpo, che ricusò di essere legato (nel rogo) al palo[918]; di Saturo: ad ursum substrictum..... in ponte[919]; di s. Blandina: Blandina vero ad palum suspensa bestiis obiecta est[920]. Questo pulpito o ponte vedesi rappresentato in varî cimelî; come, ad esempio, in una lampada di Cartagine, illustrata dal P. Bruzza[921], nella quale vedesi il disgraziato paziente legato ad un palo che sorge su di un ponte, mentre un feroce leone lo assalisce per dilaniarlo.
Non sempre le belve uccidevano la vittima, perchè per lo più, anzi che di ultimo supplicio, quella condanna serviva per torturare e far soffrire il paziente, usandosi in tali casi di belve ammaestrate[922]. E questa fu forse la ragione per cui s. Ignazio scriveva ai romani che nutriva la speranza di trovare nelle belve tale disposizione, che non gli perdonassero la vita.
È notissimo che i seguaci di Cristo si propagarono in un modo straordinario; e non possiamo negare che il Cristianesimo, specialmente in Roma, abbia avuto uno sviluppo rapido e trionfale. In una lettera, che s. Paolo scrisse ai Romani nell’anno 58 di C., leggiamo il nome di un gran numero di fedeli, ai quali in gran parte erano connesse intiere famiglie. In quella lettera si ricordano infatti i coniugi Aquila e Prisca et domesticam Ecclesiam eorum; Epitteto, Maria, Andronico, Giunia, Ampliato, Urbano, Stachyn, Apelle; quei della casa di Aristobolo; Erodione; quei della casa di Narcisso, Trifena e Trifosa, Perside, Rufo, Asincrito, Flegonte, Erma, Patroba, Ermine, et qui cum eis sunt fratres; Filologo, Giulia, Nereo e la sua sorella Olimpiade, et omnes qui cura eis sunt sanctos[923]; e nella lettera ai Filippesi S. Paolo fa menzione di coloro, qui de Caesaris domo sunt. Nell’anno 64 dell’êra nostra, al triste momento dell’incendio neroniano, fu tradotta innanzi ai tribunali, secondo la frase di Tacito, una multitudo ingens di Cristiani: frase, dice l’Armellini[924] che ha fatto impazzire un povero scrittore straniero, Hochart P.[925], il quale non sapendo, per odio al Cristianesimo, accettare questa testimonianza, ha finito col sentenziare, Tacito essere non un autore genuino, ma uno pseudonimo d’uno scrittore del medio evo!!
Nè per la persecuzione la nuova fede perdè terreno; giacchè, secondo la espressione di Tertulliano, semen est sanguis Christianorum; e talmente s’ingrossarono le sue file, che poco mancò che nell’anno 80, coi nipoti di Domiziano, il Cristianesimo non salisse al trono dei Cesari. Esso combattè gloriosamente per due secoli ancora, e si propagò in tal guisa, che secondo lo stesso Tertulliano, se i Cristiani, ritenuti dai pagani per loro nemici, avessero emigrato in remote parti dell’orbe, i gentili avrebbero avuti più nemici da combattere che cittadini cui comandare[926].
Una prova materiale poi del gran progresso del Cristianesimo in Roma, l’abbiamo finalmente nelle aree primitive e nei cimiteri sotterranei. Nel solo raggio di cinque chilometri dal recinto di Servio Tullio, e senza considerare le aree ed i cimiteri minori, noi troviamo circa 30 cimiteri detti maggiori, i quali tutti furono iniziati non oltre il III secolo inclusive.
Da quanto fin qui si è detto, possiamo dedurre:
1.º Che Nerone proscrisse la religione cristiana, e che colle sue leggi si diè principio all’êra delle persecuzioni;
2.º Che i delitti connessi col nome cristiano erano puniti da quelle leggi con varie pene, e fra queste non era ultima la damnatio ad bestias;