Ho aggiunto: la rozzezza dei suoi muri; poichè nella costruzione di quell’edificio il materiale usato fu il laterizio, e quindi di ben poca cosa in confronto coi muri degli anfiteatri Tauro e Flavio, che sono di pietra tiburtina.
Ho detto finalmente: la posizione od il sito ove sorgeva; imperocchè non fu esso edificato urbe media, come il Flavio, o nel Campo Marzio, come il Tauro; ma fuori delle mura della città, in un luogo di poco conto e affatto incomodo per accedervi.
I classici ricordano gli anfiteatri Taurino e Flavio, ma nessuna menzione fanno del Castrense; e se lo troviamo nei cataloghi, dobbiamo ciò ad Aureliano, il quale ebbe la bella idea di conservarlo, innestandolo nelle sue mura.
Io opino con il Lugari[932] che l’edifizio Castrense altro non fosse che il vivarium, cioè il serraglio delle belve destinate ai giuochi, e la schola dei venatores. «Che questo edifizio fosse il vivario, dice il testè citato autore, è reso evidente da un passo di Procopio nella sua storia della guerra gotica dove questo scrittore narra l’assalto dato da Vitige alle mura di Roma[933]. Dice pertanto Procopio che — Vitige andò con molta gente nei dintorni della porta Prenestina contro quella parte del recinto che i Romani chiamano Vivario, dove le mura erano facilissime ad espugnarsi. — Nel capo poi seguente aggiunge che — ivi il luogo era piano interamente e perciò soggetto agli assalti dei nemici, e le muraglia talmente a mal termine da non poter la cortina opporre gagliarda resistenza; che — v’era in quel punto un muro sporgente per non lungo tratto dalla linea del recinto, costrutto dai Romani dei tempi più antichi, non per sicurezza maggiore, perchè non aveva nè la difesa di torri, nè vi erano stati fatti i merli, nè altra cosa dalla quale si fosse potuto respingere un attacco dei nemici contro il recinto, ma fatto per un piacere non bello, cioè per tenervi custoditi leoni ed altre fiere, dal che questo edifizio fu chiamato vivario, poichè così chiamano i Romani il luogo ove sogliono nudrire bestie non mansuete. Ora essendo indisputabile che l’anfiteatro Castrense si trovi nei dintorni della Porta Prenestina, che faccia parte delle mura sporgendo fuori della linea del loro andamento, che non abbia difesa di torri, non risultando dal suddetto disegno del Palladio, aver avuto merli; vedendosi manifestamente le mura contigue a questo edifizio dalla parte di Levante verso la porta Prenestina, ove innanzi è pianura aver sofferto gravissimi danni, tanto d’essere stato necessario in gran parte ricostruirle, e le mura che si attaccano al Castrense dalla parte di Ponente verso l’Asinaria, ove il terreno è scosceso mostrandocisi tuttora assai ben conservate, ed apparendo nel mezzo del nostro edifizio tracce non dubbie di destruzione, quali dovrebbero esservi state secondo la narrazione di Procopio, e non trovandosi infine altra parte delle mura circostanti alla quale accomodar si possano così bene i connotati lasciatici da Procopio, ritengo d’aver còlto nel segno riconoscendo in questo edifizio il Vivarium. A ritenere pel vivario il Castrense, prosegue il Lugari, non può recarci ostacolo l’esser tal fabbrica di forma ovale, perchè nessuna legge dettata dalla natura della cosa ha mai prescritto dover essere il vivario rettangolare, quale comunemente se la immaginarono gli archeologi: nè osta il suo tipo anfiteatrale, che parrebbe per sè escludere affatto l’idea di celle per custodirvi le belve, avvegnachè vi poterono queste nel caso trovar posto comodo ed abbondante[934]. Anzi io stimo il tipo anfiteatrale essere acconcio assai per siffatto edifizio. Infatti, dovettero i venatores avere la loro scuola ove addestrarsi alla caccia e dove ammaestrare le belve[935]; ma separare il vivario dalla schola dei venatores sarebbe riuscita cosa assai incomoda e pericolosa per il trasporto quotidiano delle belve dal vivario all’arena e dall’arena al vivario qualora i due edifizî fossero stati distinti; dunque dovette avere il vivario nel suo centro l’arena, attorno alla quale, per sua natura di forma ovale, fosser disposte le celle per le fiere. Confortano questa mia opinione le escavazioni fatte dal P. Martignoni nell’anfiteatro Castrense durante la prima metà del secolo XVIII, nelle quali fu scoperta, come dice il Ficoroni che la vide, l’antica platea, ossia l’arena, e sotto questa si rinvennero delle vaste stanze ripiene di stinchi e d’ossa di grossi animali; ecco le sue parole: «portandomi colà, e veduto l’antico piano, restai non poco maravigliato; ma più rimasi sorpreso, allorchè avvisato dal detto P. Martignoni calai per una scala contigua al muro di fuori sotto la platea, e vidi, che ve n’era un’altra più spaziosa ripiena di stinchi, e d’ossa di grossi animali»[936]. Le espressioni del Ficoroni ci fanno conoscere che quest’arena non fu di legno come nell’Anfiteatro Flavio, ma stabile e di murazione; e che quelle vaste stanze sotterranee non servirono per gli usi dei giuochi anfiteatrali, ma per deposito di ossa di grossi animali. Questo fatto rannodato all’altro, del non essersi, nell’escavazione degli ambulacri formati dai muri di sostruzione dell’arena dell’Anfiteatro Flavio, trovata traccia di ossa di animali, mentre stando alla proporzione dei due anfiteatri se ne sarebbero ivi dovute trovare in copia grandissima, ci conduce a ragionevolmente pensare che le fiere uccise nell’Anfiteatro Flavio venissero trasportate nel Castrense, dove date le carni in cibo alle belve che là si custodivano, si gettasse in quei sotterranei il carcame, forse regalìa dei venatores, i quali poi a lor vantaggio avran fatto traffico di quelle ossa: chè fur queste sempre materia di commercio, anche ai nostri tempi; ne’ quali di più a somma vergogna della decantata civiltà del secolo XIX s’andò tant’oltre da far traffico eziandio delle ossa umane su i campi di Crimea. So bene che il Nardini seguito dagli archeologi fin quasi al dì d’oggi pensò fosse stato il vivario in quello spazio rettangolare che trovasi a destra della porta Maggiore lungo le mura esternamente[937]; ma dopo la demolizione delle torri onoriane e d’altre costruzioni che deturpavano il magnifico monumento delle due acque Claudia ed Aniene nuova, la supposizione del Nardini non può più reggersi, avvegnachè il fornice destro che egli stimò fosse la porta principale del vivario, si vide aver servito a tutt’altro, al passaggio cioè della via Labicana come al passaggio della via Prenestina serviva il sinistro. Inoltre la serie dei monumenti sepolcrali rinvenuti presso il detto fornice sul margine destro della Labicana rendono affatto impossibile il vivario in quel posto; dacchè tra l’area occupata dai sepolcri e l’acquedotto di Claudio, che in quel tratto fu incorporato alle mura, non resta che uno strettissimo spazio.
«Ancor peggiore di questa è l’altra opinione la quale fu in vigore tra i secoli XV e XVI, che cioè nell’area del castro Pretorio vi fosse stato eziandio il vivario[938], e questo, come si deduce dalle espressioni di Lucio Fauno e dei suoi contemporanei, lo argomentarono a quei tempi sia per la protuberanza che questo edifizio produceva nelle mura, credendolo perciò il vivario accennato da Procopio, senza badare alla località del tutto diversa in cui lo poneva lo storico, sia per le celle che si vedevano attorno alle mura, le quali allor si pensava fosser covili di fiere; così Lucio Fauno: id ex eo etiam perspici potest quod nonnullae caveae prope moenia videmus manufactae ferarum antris ac lustris persimiles. Il volgo poi appellava quell’area vivariolo, come ci attestano concordemente gli scrittori di quell’età[939], ad eccezione del Bufalini che nella sua pianta di Roma lasciato l’appellativo vivarium all’area del castro Pretorio applica il nome di vivariolum ad alcuni pochi ruderi posti nella vallata al di fuori del suddetto castro[940].
«Siffatta opinione fu confutata dal Panvinio col riconoscere assolutamente in quella grande area quadrata, detta fino a quel tempo castrum custodiae ed insieme vivario, il campo dei pretoriani e conseguentemente in quelle celle le abitazioni dei militi. Fu allora che alcuni pensarono il vivario ricordato da Procopio fosse sorto in quel tratto di terreno che fiancheggia esternamente alle mura il lato sud del castro Pretorio. Ma questa opinione riconosciuta erronea nei suoi fondamenti, per non trovarsi quell’area nella località indicata da Procopio, fu rigettata dal Nardini e dal Nibby, seguiti pressochè da tutti gli archeologi posteriori. Taluno però ai nostri giorni impressionatosi dalla presenza di due grossi muri posti ad angolo retto tra loro nel tratto di terreno suddetto, segnatone uno dal Bufalini nella sua pianta di Roma e l’altro dal Nolli nella sua, e dei quali si potè vedere qualche resto fino al 1872, ha risollevato la vieta idea del vivario in quel posto. Ma da quel che sono per dire si parrà chiaro che quelle muraglie non possono in alcun modo convenire al recinto del vivario ricordato da Procopio; e da prima la lor costruzione di opera quadrata a grandi parallelepipedi di tufa; dico di tufa giacchè ce lo attestano quei massi squadrati adoperati nei risarcimenti delle mura in quel torno, fa rimontare quell’edifizio a tempo anteriore assai alla introduzione dei giuochi anfiteatrali in Roma; e la forma rettangolare di quell’area circoscritta da quei muri tufacei d’opera quadrata fa nascer più che d’altro la idea di un antichissimo campo d’arme in quella località, riconosciuta in tutti i tempi la più esposta agli assalti dei nemici; fin dal tempo di Romolo del quale si legge di aver costituiti due accampamenti attorno alla sua Roma e l’un dei quali appunto su queste alture, e chi sa quell’area non sia propriamente desso forse abbandonato quando fu costruito il famoso aggere serviano; abbandono confermatoci dalla mancanza di un terzo muro che corresse lungo la via, la quale usciva dalla porta Viminale dell’aggere di Servio, e dal prostrarsi, a quanto sembra, di quel lato del claustro, ricordato dal Nolli al di là della detta via, come il chiarissimo Lanciani ha opinato, segnandolo con linee punteggiate nella Forma Urbis; per le quali cose la via anzidetta avrebbe traversato contro ragione l’area in discorso.
«Ed è tanto spontanea la idea che destan quell’area e quei muri, di un accampamento, che lo stesso Lanciani parlando di quella, che esso ritiene pel vivario, esce in siffatte parole: il vivario fu un lungo rettangolo del tipo di un campo romano fabbricato di grandi blocchi di pietra, simile alle baracche della seconda legione Partica ad Albano. Del resto fosse o no questo l’accampamento di Romolo, il certo è che il claustro in questione è di tempo anteriore all’età dell’Impero, e già a quest’epoca abbandonato, essendo che il castro Pretorio, per quel che sopra si è detto di quei muri, ne occupò una parte; e di più i ritrovamenti fatti presso gli avanzi di quelle antiche muraglie, di capitelli marmorei di grandi dimensioni e di lastre di marmo mischio[941] ci dicono che nel periodo imperiale altre fabbriche ancora vi si ergevano. Inoltre trovandosi codesti muri del preteso vivarium in condizioni tali da non potersi supporre lasciati in piedi da Aureliano, è giuocoforza conchiudere che non siano queste le muraglie del vivario. I muri in questione non fecer parte del recinto aurelianeo, chè le mura in quel punto tagliandoli fuori si attaccano direttamente a quelle del Castro Pretorio. Ora supporre che siano stati lasciati intatti a lor posto grossi muri di qualche altezza a contatto del recinto, è supporre un errore strategico madornale, che sebbene si volesse, non si potrebbe supporre in Aureliano, il quale per essere rimasto il circo di Eliogabalo a contatto delle mura lo fece appunto abbattere per tal riguardo; dunque dovettero questi muri essere stati demoliti da Aureliano, se pure a quel tempo erano in piedi, e perciò non furono le muraglie del vivario. Nè per attestarcene la esistenza in pieno essere ai tempi di Aureliano giova appellare alle piante iconografiche ed alle prospettive del secolo XVI, chè per quanto uno voglia mettere a lambicco il cervello per ritrovarveli non gli sarà mai dato. Vegga chi lo desidera le piante iconografiche illustrate dal De Rossi, dallo Stevenson, dal Müntz, dal Gnoli e dall’Hülsen, che se in talune vi ha segnato qualche monumento estramuraneo, questo lo troverà fuor di tutte altre porte che della Tiburtina. Di più la lunghezza di questi muri è talmente grande da contrastare apertamente con quanto del muro del vivario ci narra Procopio, vale a dire che era di breve lunghezza. Oltre di che la espressione dello storico Greco, un muro, mal si addirrebbe a due muri in isquadra. Ma quello che fa assolutamente escludere la ipotesi, che l’area presso il Castro Pretorio fosse il vivario, è la sua situazione. Il vivario, secondo narra Procopio, si trovava nei dintorni della Porta Prenestina, sicchè non possiamo cercarlo oltre la Tiburtina, ma quest’area è al di là e assai al di là della Tiburtina, dunque essa evidentemente non fu il vivario.
«Venendo ora alla seconda parte della mia sentenza, prosegue il Lugari, dico che l’appellativo Castrense dato dai cataloghi a questa fabbrica di forma anfiteatrale ci apre la via a riconoscere in essa la palestra dei venatores e ci conferma eziandio nell’opinione che fosse questo edifizio al tempo stesso il vivario. Ognun sa che la parola castrense accenna a malizia: così era detto peculium castrense quel danaro che il figlio, ricavatolo dal militare, potea ritener come suo. Suetonio dice che Caligola cognomen castrensi ioco, o loco come leggono alcuni, traxit, quia manipulario habitu inter milites educabatur[942]. Militari furono i giuochi appellati ludi castrenses e munus castrense; e similmente la corona castrensis fu detta così perchè premio dei militari. Quando dunque i cataloghi appellano castrense questa fabbrica è sicuro indizio che essa appartenne a soldati: a quale scopo poi loro appartenesse la forma anfiteatrale cel dice chiaro, e tutti gli archeologi lo hanno riconosciuto, a scopo di giuochi[943]. I ludi castrenses ed il munus castrense, giuochi venatorî[944] dati probabilmente dai Pretoriani[945], ci fan travedere che furono essi i soldati ai quali questo edifizio appartenne; e come a costoro veramente appartenesse ed a qual fine ecco in pronto ad insinuarcelo alcune antiche testimonianze.
«Da due lapidi, una dedicatoria rinvenuta sul principio dello scorso secolo presso la porta Viminale[946], l’altra lusoria trovata nel Castro Pretorio[947] apprendiamo che dei Pretoriani v’ebbe una classe dominata dei venatores, il compito della quale era, come dall’assieme dei fatti è lecito ragionevolmente dedurre, non solo di prodursi nelle rappresentanze venatorie, che in date ricorrenze davansi nei loro alloggiamenti[948], e talora in quelle apprestate nei luoghi destinati ai pubblici spettacoli[949], ma eziandio di ammaestrar le fiere ed addestrare alla lotta i bestiarî. Or questi Pretoriani venatores dovettero avere un luogo ove potessero comodamente esercitare sè stessi a lottar colle fiere ed adempiere il loro magistero; ma come non riconoscerlo e per la forma, e per la inettitudine a pubblici spettacoli e per la pertinenza a giuochi militari, nell’anfiteatro Castrense, situato appunto nella regione del Castro Pretorio? — Inoltre questa palestra non avrebbe potuto trovare posto migliore che nel centro dello stesso vivario, dove senza condurre in giro quotidianamente le belve a fin di portarle alla schola dei venatores, le avesser questi avute belle e pronte ad ogni concorrenza.
«Questa ragionevole postura della palestra averla ben compresa gli antichi lo dimostra il fatto, d’essere stato cioè affidato il vivario alla custodia appunto dei Pretoriani, ed il monumento epigrafico che ce lo attesta, col rappresentarci venatori esenti, venatores immunes, far causa comune col custode del vivario, cum custode vivarii, ci conforta a ritenere indivisa la palestra dal vivario.