«Dunque l’applicazione di Castrense data dai cataloghi a questo edifizio di forma anfiteatrale ci è argomento a ritenere che questa fosse la schola dei venatores, e corrobora le deduzioni già fatte, che fosse a un tempo il vivario».

Fin qui il ch. Lugari.


Escluso l’Anfiteatro Castrense, non rimangono in Roma che due anfiteatri stabili e destinati ai pubblici spettacoli: il Taurino ed il Flavio. Ma l’anfiteatro di Statilio Tauro fu, fin dal principio e per la sua scarsa capacità in poco uso. In occasione infatti della vittoria Aziaca, della pretura di Druso, del natalizio di Augusto e della morte di Agrippina, benchè l’anfiteatro di Tauro già fosse edificato, pur nondimeno i solenni ludi non furono celebrati in esso, ma bensì o nel Campo Marzio, entro steccati di legno, o nel Flaminio o finalmente nei Septi; e l’anfiteatro di Tauro andò sempre maggiormente in disuso. Caligola tentò di darvi nuovamente giuochi gladiatorî, ma se ne indispettì per la sua piccolezza di quell’anfiteatro, e, come dice Dione, lo disprezzò: τὸ γὰρ τόῦ Ταῦρου Θέατρον ὑπερεφρόνησε[950]. Per i giuochi che egli diede nell’anno 38 dell’èra volgare, fece chiudere con legnami un’area, e perchè questa fosse più spaziosa, ordinò la demolizione di grandiosi edifizî. Nerone non si curò affatto dell’anfiteatro Taurino, e ne fe’ costruire uno di legno nella regione del Campo Marzio, il quale durò tutto il terzo anno del suo impero. Nel regno di questo stesso Principe arse l’anfiteatro di Tauro[951], e dopo l’edificazione del FLAVIO, non si pensò più a restaurarlo: anzi la nuova e grandiosa mole fece dimenticare, come dice il Nibby, l’anfiteatro Taurino, e d’allora in poi non venne più ricordato dagli storici; e se lo troviamo nei cataloghi, è perchè nel secolo IV ancora se ne conservavano considerevoli avanzi, i quali, secondo il Maffei[952] — appoggiato ad un passo di Cassiodoro[953] — erano forse ridotti ad altr’uso. E lo stesso Maffei opina inoltre che ai tempi di Teodorico già fosse diroccato e passato da parecchio tempo addietro in proprietà privata. Nè sarebbe questo un caso unico nei cataloghi, poichè anche l’anfiteatro Castrense, tuttochè abbandonato e ridotto a far parte delle mura, pur nondimeno se ne fa in essi menzione.

Dunque non rimase in Roma che un solo anfiteatro stabile ed in pieno uso per i pubblici e solenni spettacoli; e questo fu il FLAVIO.

Gli antichi scrittori confermano questa conclusione. Essi infatti non contraddistinguono mai l’Anfiteatro Flavio con aggettivi, ma ne parlano costantemente in modo assoluto. Capitolino, narrando le opere eseguite da M. Antonino Pio, così si esprime: Romae haec extant: Templum Hadriani, Graecostadium post incendium restitutum, instauratum AMPHITHEATRVM. — Lampridio scrive: AMPHITHEATRVM ab eo instauratum post exustionem; e Vopisco: additit alia die in Amphitheatro una missione centum iubatos leones etc.

È questo il modo costante di esprimersi di tutti gli autori; talchè il Maffei[954], in un capitolo della sua Verona illustrata, parlando degli anfiteatri, dice: «Il perpetuo modo di parlare degli scrittori e Cristiani e Gentili fa conoscere a bastanza, come in Roma un Anfiteatro solo era d’uso, ed era in possesso di tal nome; poichè nol distinguono essi con sopranome alcuno; e quando dicono, fu ristorato l’anfiteatro, fu condotto nell’anfiteatro, si fecero giuochi nell’anfiteatro, intendono senz’altro di quel di Tito, il che dimostra come era solo; poichè non soleano a cagion d’esempio dire il Teatro per significare quel di Pompeo, benchè più sontuoso degli altri».

Concludiamo:


Abbiam veduto che le venationes, dopo l’invenzione dell’anfiteatro, si celebrarono ordinariamente e costantemente in questo, e raramente ed eccezionalmente nei circhi.