Abbiam veduto che l’unico anfiteatro, che in Roma era in pieno uso dall’anno 80 d. C. in poi, fu il FLAVIO.
Abbiam veduto che ove si celebravano le venationes, ivi eziandio si gettavano alle fiere i rei, veri o presunti che fossero, di certi delitti; e poichè i reati che si credevano connessi col nome cristiano si punivano, come dicemmo, colla damnatio ad bestias, dobbiam conchiudere che l’arena dell’Anfiteatro Flavio fu bagnata dal sangue cristiano; e che il numero dei Martiri ivi immolati non fu scarso, giacchè la proscrizione del Cristianesimo, proclamata da Nerone, durò fino alla promulgazione dell’editto di Costantino[955].
Ma se possiamo positivamente affermare (e di questo ne debbono essere persuasi anche i più ipercritici) che l’arena del Flavio Anfiteatro fu bagnata dal sangue cristiano, non così, dopo i — sebbene vacui — sofismi dei moderni ipercritici[956], possiamo dare un elenco specifico dei singoli Martiri. Farebbe mestieri accompagnarlo con un lungo e laborioso studio critico sopra ciascuno di essi[957]. Io mi limito a riprodurre i nomi di quei pochi Martiri, che fino al 1897 comunemente si ritennero immolati nel Colosseo; lasciando ad altri il compito di dimostrare l’autenticità di quest’elenco.
- S. Ignazio,
- S. Eustachio e famiglia,
- S. Taziana,
- Ss. Abdon e Sennen,
- S. Martina,
- Ss. CCLXII soldati,
- Ss. Vito e Modesto,
- Ss. Sempronio e compagni.
A quest’elenco del Marangoni aggiungerò col Martigny (Dictionnaire des antiq. chrétiennes s. v. Colysée) e col Kraus (Real-Encyclopaedie der christlichen Alterthümer, s. v. Colosseum) S. Alessandro Vescovo, per le ragioni accennate quando si parlò degli oratorî che circondavano il Colosseo[958].
CAPITOLO QUARTO. Quest. 4ª — L’iscrizione «Sic premia servas» è genuina o falsa?
Il titolo di questa questione farà sogghignare parecchi archeologi moderni. Oggi infatti quasi generalmente si ritiene che la lapide di cui parliamo sia una falsificazione del secolo XVII. Io, a dire il vero, non avrei voluto toccare questo tasto, e volentieri avrei taciuto, se lo studio del Colosseo non mi avesse, quasi direi, trascinato ad indagare l’origine di questa moderna persuasione, e a pesare le ragioni per cui la nostra lapide venga annoverata fra le false. Inoltre, se io avessi saltato a piè pari questa questione, il lettore avrebbe avuto ogni diritto di notare nel mio lavoro una lacuna, e giustamente avrebbe potuto fare delle osservazioni poco benevole a mio riguardo. Non era dunque possibile tacere; e poichè in un’opera di quest’indole, non sarebbe stato sufficiente limitarsi alla semplice esposizione delle varie opinioni, e terminare (come a bello studio feci altrove)[959] con un punto interrogativo, ma faceva d’uopo esaminare criticamente gli argomenti dei dotti; perciò ho creduto conveniente fare sulla nostra lapide uno studio speciale.
Pertanto prego vivamente il lettore di non volersi decidere per la genuinità o falsità della stessa, prima di aver letta per intero la mia dissertazione.
Contradittori non mancheranno certamente; e pensare di persuaderli sarebbe (specialmente ai tempi nostri) pressochè un’utopia. Del resto ricordiamoci che se gli scrittori del settecento non furono infallibili, non lo sono neppure i contemporanei.
Io appartengo al numero dei secondi, e quindi posso ingannarmi. Nondimeno confesso con ogni lealtà che, specialmente nella presente questione, non posso seguire ciecamente nè gli uni nè gli altri; ma voglio studiare spassionatamente la lapide, e, senza preconcetti di sorta, voglio esaminare le ragioni che generalmente s’adducono per dimostrare la genuinità o meno della nostra epigrafe.