Nè per questo pretendo dire che il mio studio riuscirà completo e sotto ogni rispetto esauriente, no; m’auguro però che esso vorrà richiamare nuovamente l’attenzione degli archeologi in genere e degli epigrafisti in ispecie; affinchè essi, mossi dall’amore di quella scienza che è loro propria, possano tornar sopra una questione che, secondo il mio giudizio, è tutt’altro che risoluta.
Presento nuovamente la riproduzione della lapide tratta dal calco eseguito con ogni cura dal Sig. Attilio Menazzi sull’originale che trovasi nei sotterranei di S. Martina. (V. Fig. 14ª).
Fig. 14.ª
Non è mia intenzione fare una storia particolareggiata di questa lapide sepolcrale. Sarebbe cosa superflua; giacchè gli archeologi già sanno che la nostra epigrafe fu rinvenuta nel cimitero di S. Agnese sulla Via Nomentana, negli scavi ivi eseguiti al principio del secolo XVII[960].
Sappiamo pur anche che questa lapide passò poscia nelle mani della marchesa Felice Randanini, famosa raccoglitrice di memorie sacre; che questi fatti ci vengono narrati da testimonî coevi e fededegni, quali sono il Bellori[961] e l’Aringhi[962]; e che il primo di questi scrittori fu un uomo integerrimo per costumi, dotto, e, per quanto lo comportavano i suoi tempi, competentissimo in materie archeologiche[963].
Nessuno ignora, finalmente, che la nostra lapide più tardi la possedè Pietro Berrettini da Cortona[964]. Presso di lui si trovava quando il Tolomeo la descrisse, il quale, allorchè costrusse il sotterraneo di S. Martina, la fè fissare nelle pareti di quello stesso sotterraneo in cui tuttora si conserva.
Oltre ai citati autori, l’epigrafe «Sic premia servas» è ricordata dal Reinesio[965], dal Bonada[966], dal Fleetwood[967], dal Lam[968], dal Mamachi[969], dal Bianchini[970], dal Mabillon[971], dal Marangoni[972], dal Venuti[973], dall’Orsi[974], dal Marini[975], dal Mazzolari[976], dal Magnan[977], dal Terribilini[978], dal Fea[979], dal Visconti[980], dal Nibby[981], dal Canina[982], dal Piale[983], dal O’Reilly[984], dal Giampaoli[985], dal Gori[986], ecc.
Sebbene tutti questi scrittori ammettano in genere l’autenticità della lapide[987] (non escluso il Gori, il quale, come abbiamo visto a pag. 101, trattò di diminuire quanto più potè il valore della medesima), pur nondimeno non tutti convengono circa l’età e l’interpretazione dell’epigrafe. Passiamo ora ai moderni e contemporanei. Essi sono: il De Rossi[988], il Tomasetti[989], il Promis[990], l’Armellini[991], i Bollandisti[992], il Mantechi[993], il P. Grisar[994], il Rohrbacher[995], il Cinti[996], il P. Scaglia[997].