Tutti questi autori (eccettuati il Tomasetti[998] e il Rohrbacher) ritengono la lapide per falsa[999].

Dalla lista considerevole di scrittori che trattarono la presente questione si deduce chiaramente essere tre le opinioni degli archeologi intorno a questa lapide. Alcuni la dicono genuina, e non posteriore alla seconda metà del secolo I; altri la dicono pure genuina, ma non anteriore al secolo V dell’era volgare; altri finalmente la credono una falsificazione perpetrata nel sec. XVII, o, secondo qualcuno, nel secolo XIV.

Esaminiamo una per una queste disparate opinioni, incominciando dalla più grave: da quella, cioè, che ritiene l’epigrafe per una falsificazione del secolo XVII.

A qualcuno potrà sembrare che quest’opinione possa trovare appoggio sulla sentenza del De Rossi[1000] il quale scrisse: «Christiana res epigraphica, quae corruptricis Ligorii manus effugerat, in redivivum aliquem hac aetate Ligorium videtur incidisse, qui optimis illis viris (Severano ed Aringhi) fucum quandoque fecerit. Ma applicare la sentenza del De Rossi alla nostra lapide, sarebbe fare un oltraggio alla sua scienza e alla sua autorità; giacchè da questa applicazione ne risulterebbe una inverosimiglianza ed una impossibilità morale. Difatti, se fosse vero che quell’ignoto falsario, quel redivivo Ligorio, avesse fatta incidere la nostra iscrizione, egli, con la sua astuzia, sarebbe giunto ad allucinare non solamente quegli ottimi uomini del secolo XVII, quali furono il Severano e l’Aringhi, ma eziandio un altro uomo eruditissimo e dottissimo dello stesso secolo; un uomo amato da personaggi i più distinti, stimato dagli eruditi, encomiato dai Gronovi, dai Mabillon, dai Crescinbeni, onorato da tutti i buoni[1001], sarebbe giunto ad allucinare, dico, il Bellori, il quale assicura che la lapide «Sic premia servas» è neque SPURIA NEQUE RECENS. Inoltre quel redivivo Ligorio, quell’ignoto falsario, sarebbe giunto colla sua astuzia ad allucinare non solo quegli uomini dotti ed ottimi del secolo XVII or ora ricordati, ma anche quelli del secolo seguente XVIII; e così avrebbe allucinato un Mamachi, un Bianchini, un Mabillon, e tanti altri che con essi ritennero la lapide per vera.

Quell’ignoto falsario, quel redivivo Ligorio, sarebbe giunto colla sua astuzia ad allucinare non solo quegli uomini ottimi e dotti del secolo XVII e XVIII, ma anche quelli del secolo XIX, quali furono il Fea, il Nibby, il Visconti ed altri, poichè anche essi dissero che quella lapide è sincera, genuina; e taluno giunse a dirla sincrona. Non basta: sarebbe giunto ad allucinare il Marini, quel grande epigrafista, che lo stesso De Rossi chiamò sommo; e sarebbe finalmente giunto ad allucinare il Card. Mai, gloria della letteratura del secolo XIX; giacchè anche questi approvò e confermò la sentenza del Marini, che aveva detta elegans la congettura del Marangoni[1002].

Ma che un falsario possa arrivare colle sue astuzie ad allucinare tutti i dotti di tre secoli, non esclusi i contemporanei alla scoperta, è cosa non solamente inverosimile ma anche moralmente impossibile. Dunque, ripeto, se la lapide di Gaudenzio si dicesse falsa per la sola sentenza del De Rossi, si farebbe un insulto alla logica, alla scienza e all’autorità dell’illustre archeologo, il quale si protesta che quella sua sentenza era quasi inapplicabile alle lapidi romane di quel tempo, ed aggiunge: «Id interim satis sit significasse Romanas vix paucas hoc saeculo in lucem editas vel chartis mandatas inscriptiones in capitis iudicium fore vocandas».

Nè si dica che questa nostra lapide debba essere annoverata fra quelle vix paucas, giacchè ciò potrà dirsi delle lapidi d’ignota origine, non però della nostra, la cui storia conosciamo, e la quale testimonî fededegni e contemporanei ci attestano aver veduto quasi direi, coi proprî occhi estrarre da un cimitero sotterraneo (elapsis annis-non multis abhinc annis); e dicono averla poscia posseduta la marchesa Randanini, una delle prime raccoglitrici di lapidi; e precisamente in tempi, in cui «la gara di riunire le memorie cristiane non aveva ancora aguzzato l’ingegno degli speculatori»[1003]. Di fronte alle egregie doti di quei testimonî, non si può dubitare della provenienza della lapide; ed è innegabile che questa fu estratta da un Cimitero nel quale, con tutta verosimiglianza, le escavazioni furono fatte a cura appunto della Randanini e dell’Angelelli; il che si deduce anche dal fatto che in una cripta trovata nel cimitero ostriano (?), vi sono molti nomi di Signore che andarono a visitare il cimitero mentre si scavava[1004].

Nè possiamo dire, finalmente, che la nostra lapide appartenga a quei tempi, in cui i negozianti di Roma non già inventarono nuove lapidi, ma spacciarono esemplari moderni più o meno fedeli di epigrafi genuine ed antiche[1005].

Dunque non potremo neppur dire falsa la lapide per quella sentenza scritta dal De Rossi. Più tardi esamineremo le altre ragioni che adduce lo stesso De Rossi per dichiarare falsa la lapide di Gaudenzio.

Ma andiamo innanzi nell’esame degli altri argomenti che si adducono in favore della falsità della lapide. Innanzi tutto faccio avvertire al lettore che le falsificazioni sono assai più comuni e si trovano più facilmente nei codici e manoscritti in genere, che nelle lapidi.