Faccio avvertire inoltre che se vi sono falsificazioni epigrafiche antiche scolpite su marmo, queste erano quasi esclusivamente delle lapidi pagane. Ho detto quasi esclusivamente, giacchè, come già si disse, il vizio delle iscrizioni cristiane sospette, consiste in essere riproduzioni più o meno fedeli di epigrafi genuine ed antiche[1006]: ora riproduzione non è davvero sinonimo di falsificazione!

Da queste due avvertenze deduco che la sentenza di coloro i quali dicono essere la nostra lapide una falsificazione del secolo XVII, è per lo meno inverosimile; e quell’iscrizione sarebbe od il primo, e finora caso unico, od un raro esempio di lapide cristiana esistente, totalmente falsa. Ora per affermare una cosa simile, non basta una semplice asserzione, ma è necessaria una piena, evidente e matematica dimostrazione.

Ma ammettiamo per un momento che si tratti di una falsificazione del secolo XVII. Noi, come abbiam visto, conosciamo la storia della lapide. Fu trovata nel cimitero di S. Agnese, e questo non può negarsi, perchè testimonî fededegni ce l’attestano.

Ora ciò che questi testimonî ci riferiscono viene confermato dai fatti. Si sa con certezza che quando venne in luce la lapide, nel cimitero di S. Agnese, furono eseguiti degli scavi. Questi dovettero restituire, come l’esperienza c’insegna, epigrafi cristiane, le quali poi (per ciò che si è detto di sopra) dovettero andare nelle mani dell’Angelelli e della Randanini; e noi sappiamo, che precisamente nelle mani di questa andò la nostra lapide. L’autenticità dunque dell’iscrizione «Sic premia servas» non può essere contrastata logicamente. E se si ammettesse che l’iscrizione fosse stata falsificata, si dovrebbe pure dimostrare che il falsario, ignoto, ebbe tanto ardire da portarsi per il primo in un cimitero sotterraneo fino allora inesplorato, nonchè l’avvertenza, forse singolare in quel tempo, di scrivere la lapide in questione sopra un marmo di forma cimiteriale, perchè non s’avesse in seguito a dubitare della sua autenticità; nasconderla in quel cimitero; e tutto ciò poi senza alcun utile da parte sua, e senza sua gloria, giacchè scoperta che fu ed estratta, i testimonî contemporanei non dànno lode ad alcuno, nè dicono che alla Randanini costasse molto l’averla[1007]. Ma tutto ciò è inverosimile. L’origine dunque della lapide fa giustamente argomentare che ella non sia falsa.

Dal momento poi della scoperta fino ai giorni nostri la sua storia si potrebbe scrivere senza difficoltà.

Dal cimitero passò alla Randanini, da questa a Pietro da Cortona, e questi, dopo poco tempo, la pose ove tuttora la vediamo. Di qual monumento si conosce con maggior precisione, con più certezza la storia? E questo è un altro argomento per negare la falsità dell’epigrafe.

Ma se la falsità non è probabile nè verosimile, è però possibile; benchè, per quel che si è detto, nego che vi sia possibilità morale.

Ma ammettiamo che vi sia: in questo caso non resta che esaminare l’iscrizione giusta i canoni della critica lapidaria. Prima però che io incominci questo esame, credo opportuno ripetere al lettore che la sentenza che dice falsa la nostra lapide, ha contrario il parere di uomini sommi. Nè intendo parlare degli antichi collettori epigrafici, i quali poterono riunire, senza discernimento, lapidi genuine e false, non altrimenti che i moderni compilatori, i quali ne annoverano fra le lapidi false altre che forse un giorno la sana critica restituirà alla loro vera fede e fra le lapidi sincere. Nè parlo di altri scrittori sotto altro riguardo rispettabilissimi, ma che in materia epigrafica, o in critica lapidaria, non hanno autorità decisiva, come sono il Mamachi, l’Orsi, il Bianchini, il Mabillon, ecc.; nè di quegli archeologi, i quali, sia per ragione di tempo sia per ragione di studio, non potrebbero dare (come direbbero i moderni) adeguato giudizio su antichità sacre, come, p. es., il Fea, il Nibby, il Venuti, il Piale, ecc.; ma parlo di profondi conoscitori di epigrafia, e di epigrafia cristiana, e di letterati, alla cui memoria si farebbe un grave insulto, se si dicesse che eglino non seppero scernere il vero dal falso in questione di epigrafia. Parlo del Marini. Questi la ritenne per lapide genuina, l’annoverò fra le iscrizioni cristiane sincere, e disse elegans la congettura del Marangoni, già da noi riportata al c. III, part. I di questo lavoro. È vero che il Marini non ordinò nè rivide o corresse le sue schede per la gran collezione epigrafica cristiana; ma è pur vero che la nostra epigrafe si trova in quella parte del manoscritto che era la più disposta, direi quasi, per la stampa. Ecco la ragione per cui il Mai la pubblicò senza difficoltà di sorta. Ma in ogni modo è certo che la nostra lapide non fu, come tante altre, trascritta dal Marini per soli suoi fini particolari, ma fu da lui esaminata, studiata, riveduta: giacchè entra nel novero di quelle poche, cui appose nota; e non una nota qualsiasi ma una nota, che, nella sua brevità, rivela la competenza del sommo epigrafista che era.

Il Marini dunque, che nei suoi Arvali (e quante volte ebbe occasione) battè senza pietà il povero Ligorio, ed inveì sempre e veementemente contro i falsarî, non pensò punto alla falsità della nostra lapide; anzi la lodò e ne ammise l’autenticità.

Parlo inoltre del Mai, il quale visse in tempi in cui l’archeologia cristiana aveva già incominciato il suo sviluppo; che aveva ben veduta nella raccolta Mariniana lo studio dell’illustre collettore, il quale, eccezione fatta delle lapidi calaritane, tutte le altre ben aveva riunite per pubblicarle; del Mai, dico, il quale non ebbe difficoltà di riportare la nostra epigrafe e ritenerla per genuina e sincera.