Ora è evidente che i primi, vale a dire, i canoni estrinseci, siano applicabili anche alle lapidi cristiane.

Un’iscrizione cristiana scolpita su di un marmo, la cui facies et color mostrino essere marmo moderno, si dirà giustamente falsa[1009]. Lo stesso si dica di una lapide sepolcrale cristiana (il cui genus è cimiteriale), se questa per la paleografia si dovesse riportare ai secoli VII e VIII. Viceversa: una lapide che per la sua iscrizione dovremmo creder dell’epoca in cui i cimiterî sopratterra erano rari, e di cui quindi il genus dovrebbe essere cimiteriale; se essa presentasse la forma ossia il genus delle lapidi non cimiteriali, non si potrà recisamente ripudiare, ma si potrà dubitare della sua sincerità.

Dunque questi dati estrinseci, che c’insegna il Maffei per distinguere le lapidi vere dalle false, mi sembra possano applicarsi anche alle lapidi cristiane.

In quanto poi all’indizio intrinseco principale (la paleografia), volendo il Maffei che si usi circa di esso somma cautela e che mai sia disgiunto dagli indizî estrinseci, è indubitato che valga eziandio (non certo assolutamente e disgiunto dagli altri) anche per le lapidi cristiane. E il De Rossi[1010] c’insegna: «Egli è innegabile, ed anche i più circospetti e peritosi epigrafisti lo confermano, che l’argomento paleografico, adoprato con giudizio, ha molto valore».

Dunque i dati estrinseci posti dal Maffei possono aver forza nell’esame delle lapidi cristiane sospette. I dati intrinseci poi non sono tutti egualmente ed assolutamente applicabili alle lapidi cristiane.

Il Maffei dubita dell’autenticità di una lapide se questa presenta un’antichità assai remota. Ma questo criterio non può applicarsi alle epigrafi cristiane, delle quali ve ne sono molte che risalgono fino ai tempi primitivi della Chiesa e alla stessa età Apostolica. Dunque questo canone non è applicabile al caso nostro. Dubita ancora di una lapide, se l’epigrafe si allontana, secondo la sua specie, dalla comune formola e dizione. Ma questo canone, se è giusto per le lapidi appartenenti a monumenti romani pubblici e privati, non è così assolutamente applicabile alle lapidi cristiane, le quali, benchè anch’esse avessero, secondo la diversità delle epoche, le loro formole e dizioni, pure, per la singolarità delle circostanze, dei luoghi e degli scrittori, poterono andar soggette, e vi andarono effettivamente, ad eccezioni[1011]. Il Lupi[1012] scrive: «In omnibus facultatibus habenda prae oculis est aurea illa sapientium virorum constitutio qua iuris prudentes in legum oraculis intelligendis utuntur ut semper exceptione aliqua restringenda putent effata veterum, quamtumlibet absuluta, ne forte inopino aliquo casu queat eorum veritas labefactari; omnis namque definitio in iure civili periculosa est, rarum est enim ut non subverti possit quod quidem aliqua prudentes dictum, prudentissime dicitur ubi sermo est DE ANTIQUORUM EPITAPHIIS».

Ciò posto, applichiamo alla nostra lapide tutti quei criterî che si possono ad essa applicare.

Il marmoris color et facies è uno dei criterî estrinseci. Ora il marmo della nostra lapide è evidentemente antico, essendo marmo greco, ed è certamente antico, anche perchè sull’altra faccia della lapide v’è scritta un’altra epigrafe indiscutibilmente antica, e che secondo l’Aringhi, il Fletwood, il Marini ed altri, dice:

AVRELIA AVGVRINA HIC EST[1013].

Ora questo laconismo, questa totale mancanza di simboli, questo nome Augurina e questo gentilizio Aurelia scritto per intiero, ci fanno necessariamente dire che il marmo su cui è scolpita l’iscrizione non è posteriore al secolo II[1014].