Il marmo dunque su cui è l’epitaffio di Gaudenzio, per il suo colore, per la sua qualità, ecc. può dirsi, senza timore d’essere contraddetti, antico e antico assai, e certamente non posteriore al secolo II.
Nemmeno si può dir falsa la lapide per il marmoris genus, giacchè ha essa tutti i requisiti perchè sia lapide cimiteriale, al cui genus appartiene. L’altezza, la forma, il fatto incontestabile che essa è stata estratta da un cimitero, ecc., son tutte cose le quali ci dicono che essa appartiene indiscutibilmente alla classe delle lapidi cimiteriali.
Alla nostra lapide dunque non mancano i requisiti estrinseci perchè essa sia ritenuta per genuina.
Tralascio per ora la questione paleografica, perchè di essa ne parlerò nell’esame della seconda opinione.
Ma fin d’ora faccio notare che la paleografia è criterio fallace assai se si separa dagli altri, come avvertono il Maffei, il Fabretti, il Marini, il Morcelli, e lo stesso P. Scaglia[1015] il quale, appena due anni fa, scriveva: «Criteria omnia ista sese invicem conplent ac confirmant, paucis exceptis casibus, in quibus aut lapicidae imperitia aut alia de causa exceptio datur». E a pag. 58, aggiunge: «Non semper vero e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam bene potuit etiam saeculo primo lapicida quilibet, sive ex negligentia, sive ex imperitia, litteras inelegantes describere, et viceversa etc.». E quindi, riconosciuto che per la nostra lapide stanno gli altri canoni citati, s’userebbe l’argomento paleografico senza giudizio[1016], se per questa sola ragione si dicesse falsa.
L’unico criterio intrinseco posto dal Maffei, applicabile alle iscrizioni cristiane, è, come abbiamo veduto, la singolarità: e questa, non si può negare, è veramente applicabile alla nostra.
Se si riflette che l’iscrizione di Gaudenzio, ammesso che non sia riproduzione o falsificazione, dovrebbe essere del tempo dei Flavî, e considerata la specie cui dovrebbe appartenere, essa s’allontana pur troppo da quella semplicità, da quel laconismo, da quelle formole proprie della classe di epitaffi cimiteriali di quei tempi. Ma in questo caso si può, innanzi tutto e con ragione, applicare ad essa l’eccezione di cui parla il Lupi[1017]; e secondariamente quest’epigrafe appartiene a quella specie d’iscrizioni quarum vim ut quis intelligat seiungere eas non oportet ab adiunctis loci, temporis, ac personae quae epitaphium posuit[1018].
Oltre a ciò, quest’iscrizione nulla ha che fare con quelle semplici memorie che vediamo sui sepolcri di un fedele qualunque, od anche di un martire; le quali presentano precisamente un laconismo e una semplicità caratteristica; ma dobbiamo dirla un elogio, un epitaffio di una natura tutta sua propria. Dunque dai canoni estrinseci posti dal Maffei per riconoscere la falsità della lapide, e che sono applicabili alle lapidi cristiane, si deduce che la nostra non è falsa: il canone intrinseco poi, perchè non applicabile a questa per le circostanze della lapide, non può neppure convincerci della falsità della iscrizione di Gaudenzio. Secondo la critica epigrafica dunque, non possiamo dichiarare falsa l’iscrizione «Sic premia servas».
Ma lasciamo il Maffei, ed esaminiamo la cosa secondo i dettami del De Rossi, le cui dichiarazioni, specialmente sulla presente questione, tanto più valgono, in quantochè, come si legge nei suoi Musaici, egli crede la nostra iscrizione una falsificazione dei tempi di Urbano VIII. Ma anche di questo suo parere ci occuperemo tra breve.
Il De Rossi adunque[1019] scrive: «Si distinguono SEMPRE le lapidi incise con cura, secondo la regola dell’arte, da mano perita, del mestiere; da quelle che appaiono tracciate in fretta, senza studio di calligrafia epigrafica o da mano nuova ed inesperta dell’arte lapidaria». Ora è evidente che la nostra epigrafe appartenga alla seconda specie, cioè a quella delle iscrizioni tracciate in fretta, senza studio di calligrafia epigrafica; e non a quella delle lapidi incise con cura e secondo le regole dell’arte. Ma le lapidi appartenenti a questa seconda classe, secondo il chiaro archeologo «niuna impronta hanno di tipo speciale e caratteristico (caso assai raro), ovvero alle lettere dei manoscritti più che all’alfabeto epigrafico ci si mostrano affini».