Dunque la nostra lapide, come quella che niuna impronta ha di tipo speciale e caratteristico, non può dirsi falsa per la sua paleografia non regolare e non comune. Nel cimitero di Domitilla, in mezzo a quattro epigrafi in caratteri bellissimi, il De Rossi ne trovò una scritta in paleografia molto trascurata, perchè incisa da mano imperita: eppure le giudicò tutte contemporanee[1020]. L’illustre archeologo poi, nella sua memoria sul museo epigrafico cristiano Pio-Lateranense, afferma che «il delicato fastidio degli umanisti del quattrocento e dei dotti del cinquecento per l’umile e popolana epigrafia dei primi cristiani, l’ha trovata quasi immune dalla lebbra che tutta ne ha impestata e guasta la parte classica»[1021]. E se vi furono lapidi della cui sincerità può dubitarsi, ciò non può dirsi che di quelle le quali spettano al cadere del secolo XVII, quando cioè, differita l’esecuzione del nobilissimo disegno (ideato dal Boldetti di un museo lapidario cristiano), istituirono privati musei di lapidi antiche segnatamente cristiane, e si studiarono di derivare a loro pro qualche parte di quanto iva in dispersione[1022], il Carpegna, il Bianchini, il Capponi, il Vettori, il Ficoroni, e tanti altri. Ora la nostra lapide era già nota, veduta e scritta, anzi stampata nella prima metà del secolo XVII.
Dunque non può essere compresa nel numero delle false suddette.
Di più: la gara di collettori di lapidi cristiane adescò i venditori a falsare la merce (scrive il De-Rossi).
Ma in che consiste questa falsificazione? Ascoltiamolo dal sommo maestro: «I negozianti di Roma, ai quali solo si faceva capo da ogni paese, spacciarono esemplari moderni più o meno fedeli di epigrafi genuine ed antiche, ed ho trovato essere talvolta avvenuto, che della medesima epigrafe, l’originale rimanesse in Roma, e che copie moderne si fossero in pari tempo spedite una al museo di Catania e una all’arcivescovile di Ravenna».
Dunque la falsificazione, chiamiamola così se si vuole, consistette nel copiare lapidi esistenti in Roma e spedirle fuori, come originali. Ma la nostra, si trova proprio qui a Roma. Dunque, secondo la stessa teoria del De Rossi, essa non cadrebbe nella classe delle falsificate, e sarebbe, in ogni modo, originale. Non basta. È certo, e niuno potrà negarlo (e questa vedo sia la ragione principale su cui si basa la sentenza od opinione che discutiamo), che la nostra lapide è una singolarità[1023]. Ora, considerato che gente fossero i falsarî od il fine che essi si proponevano, il nostro marmo come potrà dirsi falso?
I falsarî, l’ho detto poc’anzi colle parole del De Rossi, veduta la gara dei collettori di lapidi cristiane, ingannarono specialmente i lontani col formare esemplari più o meno fedeli di lapidi genuine e sincere. Non inventarono dunque nuove lapidi, ma soltanto copiarono più o meno fedelmente dagli originali. Ora la nostra lapide, non essendo copia più o meno fedele, ma originale, non può dirsi falsa. Ed il fatto di essere essa nella sua dicitura affatto singolare, esclude l’ipotesi di una falsificazione. Lo scopo dei falsarî, è notissimo, era il guadagno; e a questo fine, astutamente facevano esemplari più o meno fedeli. E appunto per il lucro, dovettero essi incidere le lapidi in modo che la loro merce fosse sicuramente spacciata. E per spacciarla più facilmente mandavano fuori di Roma copie più o meno fedeli delle lapidi esistenti. Ma se anche avessero inventato tutto di sana pianta i falsarî, avrebbero certamente procurato di non allontanarsi troppo dalle formule esistenti e conosciute; molto più che quegli esemplari si spedivano a raccoglitori i quali spessissimo erano eruditi. E gli eruditi, ammaestrati forse dall’accaduto ai raccoglitori delle lapidi pagane, dubitarono ancora delle cristiane; ed una prova l’abbiamo appunto nella nostra lapide. Il Bellori dice che quest’iscrizione è neque SPURIA neque recens. Si vede dunque che ai suoi giorni v’erano lapidi spurie e recenti, e che gli eruditi l’esaminavano attentamente per non essere tratti in inganno! Gli spacciatori dunque e i falsarî dovevano avere un interesse speciale di formare le lapidi in modo che a prima vista non facessero dubitare della loro sincerità.
Ma se questo dubbio, di fronte a una lapide non comune, sorgeva lontano da Roma, con quanta più ragione non sarebbe sorto in Roma se i falsarî avessero voluto spacciare una lapide, la quale, come la nostra, è tutta propria, eccezionale, singolarissima? Dunque, ripeto, il fine stesso propostosi dai falsarî, e la singolarità della lapide, escludono la sua falsità.
Non mi pare infine verosimile che un falsario del secolo XVII, senza avere dati di sorta, atti, ecc., potesse giungere a scrivere un epitaffio così veemente, tanto espressivo, così significante, che corrispondesse a qualche dato storico, quale è il nostro. A me pare, per la ragione che son per esporre, che quello non possa essere stato dettato se non da colui il quale si trovava presente ad un atto sommamente indegno di chi lo commetteva, ed evidentemente ingiusto verso di colui che lo riceveva. Infatti, qui lo scrittore rimprovera Vespasiano, e lo rimprovera non con espressioni qualsiansi, ma con queste parole: «Sic premia servas»; e a Gaudenzio dice; «Premiatus es morte». Si ponga mente alle espressioni suddette, e si vedrà la ragionevolezza della mia asserzione. Sappiamo che Vespasiano diè premî agli artisti, ai letterati, a tutti quei genî insomma, che facevano qualcosa di pubblica utilità. Si legga Suetonio, e si troverà che quell’imperatore (e non ricorda altri imperatori) premiò oratori greci e latini, premiò poeti, premiò il ristauratore del Colosso di Nerone, ed un meccanico per aver solamente progettato il trasporto d’ingenti colonne al Campidoglio; premiò Apollinare il trageda, premiò Tarpejo e Diodoro citaristi e via dicendo.
Ora è verosimile che un falsario ignoto del secolo XVII, il quale doveva essere certamente astuto, e che cercava non la sua gloria ma soltanto il suo proprio interesse, fosse potuto giungere ad indicare Vespasiano tanto sottilmente, e che (anche ammessa la sua sottigliezza ed astuzia) avesse scritto una lapide, la quale, in fin dei conti, non avrebbe potuto facilmente vendere, per la stessa ragione, che allontanandosi dal solito formulario, l’avrebbero creduta inventata? Inoltre: il presunto falsificatore della nostra lapide, fu un letterato o fu un volgare idiota? Se letterato, come concepire tutti quegli errori? Non avrebbe procurato, per meglio ingannare l’incauto compratore, di adoperare lo stile classico del tempo dei Flavî? Se idiota, come è che conosceva le opere di Suetonio? Ma v’ha di più: il Baronio, nei suoi Annali, ha dimostrato ad evidenza che Vespasiano pretese essere il Cristo, di cui sapeva parlarsi nelle sacre pagine. Ciò posto, quanto non sono espressive quelle parole: «Promisit iste, dat Kristus omnia tibi?».
Egli volle dire: «Promisit iste qui se dicit Christus, at Christus verus OMNIA tibi DAT».