E chi può affermare senza dubitare, che la scienza, la sagacia di un falsario settecentista giungesse a tanto? Questo è moralmente impossibile. È dunque moralmente impossibile che la lapide sia una falsificazione del sec. XVII.
Il P. Grisar[1024] dice che l’iscrizione di Gaudenzio fu fabbricata nel secolo XIV (1300). Meno male! Dal 1700 alla metà circa, del 1400, già siamo tornati indietro di tre secoli! E le ragioni? Le stesse di coloro che la dicono falsificata nel secolo XVII: La paleografia, lo stile dell’iscrizione[1025]. E se si leggono tutti gli autori moderni che parlano di questa lapide, tutti ci ripetono le stesse cose. E quelli che la credono genuina, ma una riproduzione del secolo V, od anche un’eco di una leggenda popolare dello stesso secolo, che argomenti adducono? Gli stessi!!! Ma di questi ultimi ci occuperemo dopo di avere esaminato quanto il De Rossi, l’Armellini, ecc., dicono per dimostrare che la lapide è una falsificazione fatta sotto il pontificato di Urbano VIII.
Il De Rossi ragiona così:
«Poco prima che Urbano VIII facesse erigere dal Bernini il tabernacolo di bronzo sulla Confessione Vaticana, il Salvatore in musaico della sua nicchia fu delineato dal Grimaldi (nel codice Barberiniano XXXIV, 50, p. 250); e l’iscrizione del libro in quell’immagine è assai diversa dalla forma, che ora vediamo e che è fornita di punti sugli I.... L’iscrizione adunque, dopo il disegno fattone dal Grimaldi[1026] fu tutta arbitrariamente rifatta: e ciò deve essere avvenuto[1027] quando Urbano VIII fece eseguire l’opera tutta nuova in musaico ai lati della nicchia le immagini dei principi degli Apostoli e risarcire quella antica del Salvatore.
«Nell’epigrafia cristiana però VERI PUNTI ROTONDI su tutti gli I (non su quelli soltanto sui quali poteva cadere l’accento) si veggono in due lapidi della penisola Iberica, una del 589 nella Spagna, una del secolo incirca VII nel Portogallo.
«In tutta la rimanente epigrafia cristiana[1028], ed in ispecie in quella di Roma e dei suoi musaici, giammai appare il punto sull’I, eccetto in due iscrizioni che oggi si giudicano[1029], e con piena ragione, falsificate ai tempi incirca di Urbano VIII. Una è quella del preteso architetto dell’Anfiteatro Flavio che dal museo della Marchesa Felice Randanini passò all’ipogeo di S. Martina ove tuttora si vede. L’Aringhi, suo primo editore, e quanti dopo di lui la pubblicarono neglessero i punti sugli I[1030]. Pietro Ercole Visconti li notò e ne fece grande caso, stimandoli accenti. Ma non è così; non potendo l’accento cadere costantemente su tutti gli I[1031]. L’altro esempio, e di fattura contemporanea al precedente, è l’iscrizione del martire Primitivo data ai tempi di Urbano VIII alla predetta marchesa Randanini, e da lei inviata poi a Faenza».
Qui si nota tosto una petizione di principio. L’iscrizione del libro in musaico dovè essere rifatta arbitrariamente ai tempi di Urbano VIII, perchè ha i punti sull’I come le iscrizioni di Gaudenzio e di Primitivo. Le iscrizioni di Gaudenzio e di Primitivo furono fatte ai tempi di Urbano VIII, perchè hanno i punti sull’I come l’iscrizione in musaico del vaticano.
Ma, anche ammesso che il disegno del Grimaldi fosse esatto e che prima non vi fossero i punti sull’I, non è logico da ciò dedurne la falsificazione della nostra lapide. Perchè non dice altrettanto delle due lapidi dell’isola Iberica? Perchè in Ispagna ed in Portogallo, prima di Urbano VIII, si poterono usare i punti sull’I, e in Italia no? E la lapide di Gaudenzio, non l’avrebbe potuto incidere uno spagnuolo.
E lo stesso nome Gaudentius, non potrebbe essere, come Laurentius spagnuolo? E se quei punti triangolari che vediamo sugli I della lapide dell’ipogeo di S. Martina fossero stati aggiunti da mano moderna[1032], per questo solo noi dovremmo ritenerla per falsa?