***
Il De Rossi scrive che «quegli apici si trovano talvolta sovrapposti, non come accenti, ma veri punti complementari della vocale i, nei documenti diplomatici e manoscritti fino dal secolo in circa XII, oggi è consentito dai più autorevoli paleografi. Ma ciò spetta alla scrittura minuscola, nè vale per la maiuscola segnatamente delle epigrafi incise in pietra od effigiate a musaico. In quanto alla paleografia epigrafica classica l’Hübner sentenzia: quod puncta litterae superimponuntur, in universum ab antiqua consuetudine prorsus abhorrere et nocivi usus esse creditur, recte».
Che nell’epigrafia classica non siano stati usati i punti, è certo; ma che per via eccezionale, ed in lapidi volgari, non si usino, non punti, ma apici (come si veggono nella nostra), è anche certo, e noi abbiamo esempî, sempre eccezionali, anche antichissimi. Fra migliaia d’iscrizioni pompeiane noi ne abbiamo qualcuno che ha gli apici. Si veda, il C. I. L., vol. IV, i n.i 1186, 1068, 1189, 1190 ecc., e si troveranno gli apici sulle parole:
IV´NIAS, VENATIÓ, VÉLA, POMPÉIS, VENÁTIO, FADÍVM, CENÁCVLA SEXTÁS, ANNÓS, SATRIÓ, LVGRÉTIO, MV´NIFICO, PRÓ, VÁRVS, SÍRICVM, etc.
Si dirà che questi sono accenti? Ma accenti anche su quel Venatió, Sextás, Amnós, SATRIÓ, MV´NIFICO? S’aggiungerà che non sono sulla vocale I? Ma l’abbiano in quel SÍRICVM, FADÍVM.
Ma lasciamo questi esempî pompeiani e adduciamone altri più a proposito per la nostra lapide, nella quale gli apici potrebbero essere d’altronde, tante altre gagliofferie che in questa stessa lapide fece l’ignorantissimo scalpellino[1033]. Lapidi adunque con gli apici sull’I, ve ne sono e ne vediamo una nel Museo Veronese[1034], un titoletto riportato dal Lupi[1035], che è del tempo di Domiziano, ossia dell’epoca della nostra. Un’altra fu riportata dal Chimentelli[1036]; v’è inoltre quella di C. Livio Clemente riferita da Zaccaria[1037], e per finire dirò che v’è la famosa lapide di Furfone[1038] (V. pag. 303).
(litt, maior.) a. u. 696.
Il Garrucci[1039] descrisse questa lapide e ne fece fare un calco in carta. Un altro calco, pure in carta, fu fatto dal Bormann, e il Ritschel ne fece fare un disegno e lo pubblicò. Ma non ostante che gli apici fossero 36 e bene incisi sul marmo, pure, come dice il P. Garrucci[1040], legere non noverunt neque animadverterunt. E mentre il Mommsen faceva strani ghigni e versacci quando vedeva le riproduzioni del Ritschel ed assicurava che questi prendeva facilmente degli abbagli, pure, quando si trattò di contradire il Garrucci, ricorse tosto ai calchi del Ritschel che erano privi di apici, e negò che vi fossero: ed il Mommsen, a colui che, a suo parere, prendeva sempre abbagli (il Ritschel), questa volta (che in realtà l’aveva preso) diè ragione, dichiarando il Garrucci l’allucinato. Ma il dotto gesuita fece fare un accurato calco in gesso della lapide e ne pubblicò un’esatta riproduzione in una dissertazione archeologica[1041].