Gli apici c’erano purtroppo, e tutti sull’I; il granchio l’aveva preso il Mommsen; il quale, non sapendo che rispondere, cercò una scappatoia e disse: i punti sono stati aggiunti da mano moderna!!! Bravo!
Come si fa presto a levarsi dagli imbarazzi!
Siamo dunque leali. Il Garrucci diceva: i punti vi sono; non so che significhino, ma vi sono. Ed io dico: iscrizioni con apici, o punti vi sono. Saranno eccezioni, ma vi sono; e non è lecito dire che una lapide, specialmente se è nota la sua storia, sia falsificazione del secolo XVII, solo perchè ha i punti. Anzi aggiungo che i punti triangolari od apici sull’I, sono anch’essi una prova dell’autenticità della lapide; perchè essendo quelli cosa eccezionalissima nell’epigrafia, il falsario si sarebbe bene guardato dal metterli; volendo falsificarla, egli avrebbe data ad essa ogni apparenza di genuinità, omettendo cioè tutto ciò che poteva renderla sospetta. Avrebbe, dico, fatta l’iscrizione imitando la paleografia dell’epoca cui voleva riportarla, ed avrebbe tralasciato di mettere gli apici sull’I per meglio ingannare il compratore[1042]. Ma poi, che bisogno aveva un falsario del secolo XVII, di fare quell’iscrizione, se lui, con quella lapide stessa, poteva ottenere il suo scopo senza incidervi «Sic premia servas» essendovi (nell’altra parte) l’iscrizione di Augurina Aurelia che è certamente genuina e antica? Sarebbe bastato darla al compratore come si trovava! Il guadagno l’avrebbe avuto lo stesso, e vendendo una cosa autentica!
Inoltre il De Rossi (come s’è detto) fa questo ragionamento: il Grimaldi fece il disegno dell’iscrizione in musaico del Vaticano, ed in esso (disegno) non vi sono punti sull’I. Dunque in origine non v’erano, e furono aggiunti sotto Urbano VIII quando fu tutta arbitrariamente rifatta. Ed io potrei argomentare lo stesso: l’Aringhi, il primo editore della lapide Sic premia servas, e quanti dopo di lui la pubblicarono, la pubblicarono senza i punti sugli I. Più tardi poi la vediamo pubblicata con punti rotondi ed altre volte triangolari. Dunque, in origine, quando fu scoperta nel cimitero di S. Agnese, era senza punti. Più tardi furono aggiunti. Che ti sembra, o lettore, di questo ragionamento? Io non avrei difficoltà in ammetterlo, perchè non impedirebbe ma confermerebbe la genuità della lapide. Ma bisognerebbe dimostrarlo, e non basta l’esempio del Grimaldi, il quale avrebbe potuto anch’egli neglettere, come l’Aringhi, i punti sull’I[1043]. Ma se tanta era la mania di mettere i punti triangolari sull’I, in lapidi esistenti, come vorrebbe il Mommsen relativamente alla lapide Furfonense, anche noi, se così vogliono gli archeologi moderni, diremo, che furono aggiunti arbitrariamente ai tempi di Urbano VIII, benchè, come nella lapide di Furfone, non vi sia ragione di sorta per asserirlo[1044].
E qui aggiungerò quanto il Garrucci[1045] dice intorno alla forma dei segni che noi vediamo appunto nella lapide di Gaudenzio: «una proposizione finalmente (così Egli) parmi degna di nota, quella dico, del Ch. Ritschel, il quale scrive che l’apice posto sopra le lettere non ebbe mai la figura di punto: puncti figuram apex ne habuit quidem unquam. All’apice sia che si consideri come distintivo della quantità, sia che dell’accento acuto insieme e della quantità, trovasi surrogato il PUNTO in Albina Brvˆti F. e in Fâtv della beneventana epigrafe già da me citata.... Ma inoltre di esso punto è marcato l’I lungo, e non alla maniera singolare al certo, delle lapidi di Furfone e di Fiume. Siano esempio PÎSO, così scritto in due nitidissimi esemplari del Museo Vaticano.... il che fa salire l’uso del punto sugli I un quindici anni avanti ai primi esempii di punti impressi sugli V, che non precedono il 680, laddove il danaro di Lucio Pisone dimostrato dal Cavedoni coll’assentimento del Borghesi, battuto circa il 665[1046]. Un esempio forse più remoto, di tal paleografia erasi citato dal Borghesi[1047], e fu da me richiamato nella dissertazione medesima: leggesi inciso in un bollo di mattone così scritto: M. ALFÎSI. F. Laonde fa maraviglia come il ch.º Ritschel abbia potuto asserire puncti figuram apex ne habuit quidem unquam».
A quest’esempio si può aggiungere un altro, trovato parimenti in bollo figulino dei tempi degli Antonini, bollo che io stesso ho veduto co’ miei occhi, e che ognuno può vedere nel monumento, al suo posto (od anche nell’opera pubblicata da Gio. Battista Lugari)[1048], in cui sull’I di Felicissimo è manifesto il punto rotondo, e mostra esser questo l’uso volgare di scrivere.
OPVS DOLIARE. NEGOTIAN || TE AVR FEiCISSM
(delfino)
I punti od apici dunque che troviamo sull’I della lapide di Gaudenzio non sono sufficienti per farla dichiarare falsificazione dei tempi di Urbano VIII.
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