Ma è già tempo di esaminare la seconda opinione, la quale ci darà motivo di studiare la nostra lapide più particolareggiatamente sotto l’aspetto paleografico.

I seguaci di quest’opinione ritengono che l’iscrizione «Sic premia servas» sia stata incisa nel secolo V. Il Bellori non le assegna un’epoca precisa, ma dopo aver detto che la lapide è neque spuria neque recens, aggiunge che la ortografia e la forma dei caratteri indicano essere molto posteriore ai tempi Vespasianei: sed orthographia et caractheres longe sequiorem Vespasiano Augusto aetatem indicant. Il Nibby, già da noi altre volte citato, è più esplicito nell’esprimere la sua opinione, e dice che lo stile della lapide in questione, presenta tutta l’apparenza del secolo V.

Io non so comprendere come nel secolo V, quando per certo non si pensava a falsificazioni, si volesse formare un epitaffio, che, per lo scritto, dovrebbe riferirsi a Vespasiano. È vero che il Gori, come dicemmo, con maravigliosa disinvoltura afferma che quell’epitaffio è una riproduzione di qualche leggenda popolare: ma, di grazia, una riproduzione in marmo, di una leggenda popolare intorno ad un fatto accaduto circa trecento anni indietro, non ci farebbe dir vero il fatto che in esso marmo è scritto? Ignora forse i carmi di Damaso i quali si riferiscono a fatti di molto anteriori a quel Papa, v. g. Hic habitasse prius ed altri?

Ma lasciamo questo punto per sè chiarissimo, e studiamo la cosa secondo i canoni della scienza archeologica cristiana.

Verso la fine del secolo IV, la sepoltura nei cimiteri sotterranei addivenne più rara, e agli esordî del secolo V, e precisamente dal sesto all’ottavo anno di questo secolo, secondo il De Rossi[1049], o l’anno 426 secondo l’Armellini[1050], cessò. Ora la nostra lapide è cimiteriale, anzi, come vedemmo, fu estratta da un cimitero. Dunque dovrebbe essere stata scritta nel primo decennio[1051] del secolo V. Ma se ciò è possibile per sè, è però impossibile dimostrarlo.

Dire poi che nelle catacombe si scrivessero lapidi per ingannare i posteri, o si riproducessero leggende popolari contrarie alla verità storica, come piacque di asserire al Gori, è ardito ed inverosimile; e il marmo stesso, per sua natura cimiteriale, esclude questa ridicola asserzione. È vero nondimeno che nel secolo V furono usate molte lapidi cimiteriali per chiudere formae e coprire sarcofagi che si trovavano nei cimiterî sopratterra, e che nel rovescio di quelle lapidi furono scritti epitaffi in memoria dei defunti deposti sopratterra; ma è ridicolo pensare che nel secolo V fosse deposto sopratterra un defunto, il quale, secondo l’iscrizione, morì sotto Vespasiano.

Ma poi è inutile insistere.

La lapide fu trovata in un cimitero sotterraneo e non sopratterra, e questo basta per dimostrare che è cimiteriale e quindi anteriore almeno ai primi anni del secolo V. Vediamo piuttosto quali ragioni abbiano spinto il Bellori e il Nibby a credere la nostra iscrizione opera antica sì, ma di molto posteriore a Vespasiano o perchè abbia tutta l’apparenza del secolo V.

Due sono le ragioni addotte dal Bellori: 1º orthographia et caractheres; 2º in ipsa non amphitheatri sed theatri mentio habetur.

Già feci notare che il criterio paleografico è poco dimostrativo se si trova disgiunto dagli altri criterî, dei quali è mestieri sempre tener conto allorchè si tratta della sentenza capitale di una lapide. Ora s’è visto già che gli altri criterî s’addicono, e molto bene, alla nostra iscrizione. Dunque dalla sola paleografia non può trarsi argomento sicuro, e se ciò si tentasse, sarebbe far uso di essa senza giudizio, come dice il De Rossi.