Di più: l’argomento tratto dalla paleografia ha forza quando si tratta di lapidi appartenenti a monumenti pubblici e solenni, ed anche parlandosi di epitaffi cimiteriali incisi da mano perita e secondo le regole dell’arte. Allora giovano certamente a farci distinguere le diverse epoche; ma non già quando si tratta di lapidi private, di epitaffi cimiteriali incisi da mano inesperta, con fretta o con caratteri trascurati. In questo caso non si può trarre prova di sorta; e fallace assai sarà il giudizio dedotto da questo solo argomento, perchè: Non semper e complexu litterarum aetatem erui fas est; nam bene potuit etiam saeculo primo lapicida quilibet, sine ex negligentia, sive ex imperitia, litteras inelegantes describere[1052].

L’iscrizione «Sic premia servas» trovasi precisamente nel numero di queste seconde lapidi, e dalla sua paleografia non si può dedurre essere del sec. V. Il Fabbretti[1053] d’altronde già aveva insegnato quanto fosse fallace il giudizio d’una lapide basato su i soli caratteri: «Incertum et fallax esse probationis genus ex caractherum conformatione tempora distinguere». Il Maffei[1054]. aggiunge: «Satis profecto colligi iam posse arbitror quam fallax et ambigua scripturae coniectura sit, dies enim in re deficeret, ubi singula quae in hanc rem animadverti proferre velim.... infirmum ergo in litterarum exaratione argumentum est ad aetatem lapidum eruendam. Scripturae argumentum generatim minime certum est, indubitatum esse ita ut ex eo tantum de sinceritate lapidum possimus decernere, nam ea quidem quandoque est in lapidibus scriptum facies ut validum aut vetustatis aut novitatis iudicium faciat, at saepissime ita ambigua est, ut ARGUI NIHIL POSSIT. Secundo haberi pro certo velim aberrare toto coelo qui e litteris num sub Traiano an sub Commodo, num secundo vel tertio vel alio quopiam saeculo.... inscripti lapides fuerint decidi posse opinantur».

Il maestro finalmente dell’arte lapidaria[1055], scrisse: «Neque a Maffeio dissentio, quem verissime scripsisse puto.... ut ii omnino fallantur qui PLERUMQUE.... AETATEM INSCRIPTIONUM CERTE se nosse dictitant». Si dice che questi finiscono poi quasi con disdirsi; e che in pratica sovente affermano, questa o quella lapide offerire lettere di questo o quel secolo.

Questa è un’ingiuria che si fa a questi uomini dotti e maestri dell’arte lapidaria; ma dato pure che si siano serviti del criterio paleografico più spesso di quello che in realtà fu, non possiamo però dire che nel determinar essi l’epoca ad una lapide, abbiano trascurato gli altri canoni da loro stessi posti; e se, scrivendo, si contentarono di accennare una delle ragioni della loro affermazione, dovettero però sottintendere le altre, dalle quali la paleografia non deve andar disgiunta.

Del resto, noi non dobbiamo guardare alle azioni degli uomini i quali tutti humana patiuntur, ma alle loro dottrine: e se queste sono ragionevoli, giuste e rette, dobbiamo aderire ad esse senza punto badare alle loro azioni individuali opposte ai principî retti e alle dottrine sane e vere che essi stessi dettarono; e ciò che essi non fecero per qualche ragione speciale, dobbiamo farlo noi seguendo i loro dettati.

Quando poi si desiderasse una dimostrazione pratica, e quindi convincente, della veracità, rettitudine e ragionevolezza dei principî posti da quei sommi uomini; quando, cioè, si volesse vedere che basare il giudizio di una lapide sopra la paleografia, sarebbe un giudizio assai fallace, ambiguo ed erroneo, si confronti per poco questa nostra lapide con epigrafi antichissime di età certa, e se ne troverà un confronto nei bronzi, nei graffiti, nelle pitture, nei marmi di grossa e piccola mole, e nelle lapidi anche di epoca molto antica e dei secoli migliori.

Così, per es., l’A nel nostro marmo ha qualche volta la sbarra ad angolo; e tutti sappiamo che questa forma fu comune e molto usata appunto nel secolo V e nei secoli posteriori. Ma sappiamo altresì che questa forma di A, si trova pur anche usata innanzi alla prima guerra punica, nelle monete della metà del secolo VI di Roma, ed in altre dell’èra repubblicana[1056]. Nei marmi dei secoli anteriori all’Impero[1057], e parimenti in quelli del secolo I dell’Impero troviamo l’A della forma citata. Così nel C. D. R. N. pag. 113, n. 220, leggiamo una lapide pompeiana con l’A di tal forma; e il Xengeimester (Inscript. pariet. Pomp. Vol. IV), c’insegna che questa forma di A fu usata nelle iscrizioni delle pareti di Pompei, le quali non possono essere posteriori all’anno 80 dell’êra volgare, vale a dire all’età a cui dovrebbe riportarsi la nostra lapide.

Un esempio poi ugualissimo al nostro, e dell’epoca appunto dei Flavî, lo troviamo fra i marmi grezzi di Marmorata, ove, sopra un masso di africano, si legge: